quanto silenzio. non avevo il coraggio di aprirla, questa pagina, per paura del vuoto che ci avrei trovato. è un bel po’ che non torno – è come entrare in una casa con i balconi chiusi, coi mobili coperti di polvere: è sempre casa, ma ti ci senti solo.

e io, in questi tempi, mi sento proprio sola. sola e chiusa – e pure un po’ piena di polvere. respingo i goffi tentativi di aiuto di Lui perchè non può aiutarmi. è un periodo buio – magari riuscirò pure a raccontarvelo, tra un po’ – un periodo in cui vedo il Mio Grande soffrire e non so aiutarlo. un periodo in cui fare la mamma è la cosa più pesante del mondo.

questa mattina, però, un raggio di sole ha illuminato la mia giornata e sono così pochi, ultimamente, che ho deciso di portarlo qui dentro, tra la polvere, coi balconi chiusi. mentre andavamo a scuola, la Canterina, a mano del Mio Piccolo, saltellante e chiusa nel suo mondo come spesso, si è fermata davanti ad un cartellone. bianco, con delle scritte blu: comunicava l’inizio di una serie di conferenze sulla FAMIGLIA. l’ha guardato a lungo, piegando la testa di lato come fa lei. e poi, piano piano, ha letto: “A… M… I…”. ha riconosciuto tre lettere e l’ha fatto di sua spontanea volontà, non perchè spronata dalla maestra, da me, da suo papà, con il miraggio di un premio. e poi i numeri, tutti, quelli delle date degli incontri.

lo so. suona poca cosa. non lo è, non lo è per niente: se la Canterina riuscirà a leggere, a scrivere, potrà superare i problemi di comunicazione che ha. potrà far capire i suoi bisogni anche a chi non conosce i suoi riferimenti, quelli che usa per parlare con noi (spiegalo, tu, alla signora del bar, che “è l’ora del tubby toast” vuol dire che ha fame). oppure, come ha detto, abbracciandola, il Mio Grande, potrà perdersi nel mondo di sogno di qualcun altro, leggendo i libri.

(la canzone, come spesso, non c’entra con quel che ho raccontato. ma solo con quello)

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la fortuna è un fatto di geografia

lampedusa

questo è un blog leggero, cretino, a volte. ma a me ‘ste cose chiudono lo stomaco.

ho un’amica che è arrivata in italia coi barconi, millemila anni fa, dall’albania. è stata fortunata: qui ha trovato un lavoro, l’amore, ora ha una bella famiglia, vive in una bella casa ed è anche riuscita a finire gli studi. un’estate – eravamo al mare assieme – suo figlio piccolo prese un canottino e iniziò a remare verso il largo. ma no!, gli gridò dietro lei, con tutta la fatica che abbiamo fatto a venire in qua, adesso tu torni in albania?!

rideva. poi, però, la sera, mi ha raccontato. un racconto carico di angoscia, di paure che puzzano, di quelle che le senti ancora anni dopo. di lei e il fratello che tagliavano i capelli a zero alla sorellina sedicenne, troppo carina per affrontare un viaggio come quello se non camuffata. a volte, lo sogno ancora. era la sola cosa possibile, la sola salvezza. suo padre era detenuto per motivi politici. ora è qui, vive con lei. ha perso tutti i denti, in carcere, ma non vuole la dentiera perchè i suoi nipoti devono sapere, i suoi figli devono ricordare ogni giorno.

mi chiedo cosa sognassero, da cosa scappassero, cosa abbiano pensato negli ultimi istanti. morire a pochi metri dalla meta, morire nelle acque di uno dei più bei posti del mondo, morire di fame, di disperazione. di sfortuna.

intermezzo

in mezzo a tutto questo casino, in mezzo a quest’attesa che pesa, anche se fai finta di lavorare per non pensarci troppo, in mezzo a questi sensi di colpa che soffocano anche te, perchè lo sai che non puoi portarteli a casa tutti, i tuoi “tosetti”, ma vorresti e ti chiedi se non avresti potuto fare di più per lei, che non una visita due volte al mese e gli orecchini per la promozione e la sciarpina carina perchè ricomincia la scuola e vuoi augurarle di sentirsi più bella in mezzo agli altri, in mezzo a tutto questo casino riesco solo a pensare a questo, nota per nota.

quel buio profondo

si è messa la sveglia alle 4 del mattino. ha scritto: “scusami, nonna, non è colpa della scuola, è che non voglio più vivere” e ha inghiottito tutto quello che è riuscita a trovare in casa. e, in una casa in cui vivono una nonna ipertesa, un nonno cardiopatico e una ragazzina depressa, di farmaci se ne trovano a bizzeffe. per fortuna, non sentendola tornare dal bagno, Anchetropporesponsabile, sua sorella, si è alzata, per andare a vedere se stesse bene.

ora Solasoletta, una delle mie ragazzine, è in coma farmacologico, dopo che con lavande gastriche, gastroscopie e schifezzuole del genere, si è cercato di eliminare il più possibile l’enorme dose di veleni che si era messa in corpo.

Solasoletta sola non lo è. è stata tolta ad una famiglia piena di problemi, che, però, l’aveva di fatto già abbandonata dai nonni anni fa, e affidata, con la sorella quasi maggiorenne, a due nonni bravi, forti, affettuosi, i nonni che l’avevano cresciuta. non è sola, ma ci si è sempre sentita.

son tornata ora dall’ospedale, perchè, giustamente, fuori dalla rianimazione in tanti non ci vogliono. ha un anno più del Mio Grande. è brava a scuola. ha avuto bisogno di aiuto quando il papà e la mamma le hanno dimostrato in maniera inequivocabile di non essere in grado di badare a lei, ma sembrava che, con le pastiglie che prendeva, fosse tornata quella di prima. mi chiedo in che buio profondo sia sprofondata, quanto sola debba essersi sentita per decidere che quella era la sola via d’uscita. sono così fragili i ragazzini – o forse siamo tutti tanto fragili, solo che c’è un’età in cui hai più tempo per fermarti a pensarci, più incoscienza, più coraggio.

stringi i pugni, Solasoletta, stringi i pugni, che noi siamo qui che tifiamo per te.

un paio di occhiali rosa per guardare il mondo

il mio professore di filosofia del liceo, uomo saggio e più volte bastonato dalla sorte, diceva spesso che, per vivere bene, avremmo avuto bisogno di un paio di occhiali rosa attraverso i quali guardare il mondo.

mi è venuto in mente sabato, quando li ho visti. mi son detta che, sì, in effetti, in questo periodo, anche se di occhiali, da vista e non, ne ho per un battaglione, mi servono proprio – e mi son serviti subito. perchè devo averlo amato davvero tanto l’Ex, se ancora oggi mi fa star male vedere che lui sta male. è il rancore che lo fa soffrire, il rancore nei miei confronti, quello stesso rancore che lo porta a vendicarsi sul Mio Grande perchè ce l’ha sotto mano. ma a me fa pena lo stesso. e non c’ho dormito a sapere che era rimasto sotto casa per controllare cosa facessimo, che aveva interrogato il Mio Piccolo per scoprire quanto spesso Lui sia a casa nostra. mi fa male. vorrei che fosse sereno, che avesse qualcuno accanto. o che ci avesse rimpianto prima, che avesse cercato di cambiare allora, quando ancora era possibile. lo guardo, oggi, che gioca con il Mio Piccolo, e mi dico che con il Mio Grande non l’ha fatto mai. mi fa male vedere che inizia a capire. ma ora. e ora è tardi.

alle tre ero in piedi. perfino gli animali di casa mi guardavano storto. mi son rinchiusa nella stanzetta che uso come laboratorio/studio/pensatoio e mi son messa a disegnare, tagliare, cucire, con le cuffie nelle orecchie, per non pensare.

l’idea era di fare un porta pannolini per la mamma di un compagno di classe del Mio Piccolo, che ha appena sfornato un pargolo. questo:

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(il colore è smarrito, ma l’ho fotografato di notte…)

e poi, deposti gli occhiali rosa che mi avevano aiutato, mi son detta che, porelli, non avevano nemmeno una custodia (li ho presi in farmacia: hanno un’agghiacciante scatoletta di plastica trasparente) e allora, via, con gli avanzi del sacco e qualche altro ritaglio (perchè ha l’interno a fiorellini, vi prego di notare la chiccheria!), ho fatto la casetta degli occhiali, foderata con un pezzo di asciugamano ormai distrutto (che ha perso i peletti che vedete sul panno)

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ci piango ancora, sai.

la Sarda

è a letto, ora. non riesce nemmeno ad alzarsi. ieri, quando l’hanno aperta, invece di due ne hanno trovati quattro. tutti brutti e cattivi. glieli hanno tolti tutti e ora le cicatrici, il male le impediscono di alzarsi.

la Sarda è piccola, ma tenace. mi è stata vicina quando sembrava che fosse toccata a me, portando il Mio Piccolo in un mondo dove la mia paura non potesse arrivare – ed è toccata a lei. si è fatta portare a new york perchè vedi mai che poi non riesco a vederla, e poi a me i viaggi danno la carica. stamattina suo marito, a scuola, aveva gli occhiali scuri. non so se ce la faccio, mi ha detto, ho paura. ho messo gli occhiali perchè i bambini non vedano che ho pianto, ma ho paura.

maledetta bestia.

ma la Sarda è piccola, ma è tenace. io lo so che ce la fa.

vado a portarle un po’ di compagnia.

9 maggio 1978

ODE A PEPPINO IMPASTATO
dalla mamma Felicia

Chistu unn’è me figghiu.
Chisti un su li so manu
chista unn’è la so facci.
Sti quattro pizzudda di carni
un li fici iu.

Me fighhiu era la vuci
chi gridava ’nta chiazza
eru lu rasolu ammulatu
di lo so paroli
era la rabbia
era l’amuri
chi vulia nasciri
chi vulia crisciri.

Chistu era me figghiu
quannu era vivu,
quannu luttava cu tutti:
mafiusi, fascisti,
omini di panza
ca un vannu mancu un suordu
patri senza figghi
lupi senza pietà.

Parru cu iddu vivu
un sacciu parrari
cu li morti.
L’aspettu iornu e notti,
ora si grapi la porta
trasi, m’abbrazza,
lu chiamu, è nna so stanza
chi studìa, ora nesci,
ora torna, la facci
niura come la notti,
ma si ridi è lu suli
chi spunta pi la prima vota,
lu suli picciriddu.

Chistu unn’è me figghiu.
Stu tabbutu chinu
di pizzudda di carni
unn’è di Pippinu.

Cca dintra ci sunnu
tutti li figghi
chi un puottiru nasciri
di n’autra Sicilia

1979

Felicia Impastato