merendina cake

quando, sul quaderno di inglese di tuo figlio (quello più nano dei due), alla domanda: “what do you have for breakfast”, leggi ” I eat merendina cake”, di rendi conto che il mondo è ormai pronto a sapere.

la TORTA MERENDINA è la torta che accompagna la colazione mia e dei miei figli da che mondo è mondo: è una torta del cavolo, dal punto di vista della complessità, ed è versatile assai, da quello del ripieno. di solito, la fa il Mio Piccolo, con la mia nemmeno tanto partecipe supervisione. ed è buona buona e leggererrima.

prendete 110 g di yogurt bianco (io uso quello magro fatto da me, che è abbastanza liquido) e metteteli in una ciotola assieme a 10 ml (sì, con uno zero solo!) di olio di semi (che sa di meno), a 120 g di zucchero, a 130 g di fecola (o farina, non importa con quanti zeri: meno ne ha, più sarà “rustica”, ma buona, resta buona lo stesso), un pizzico di sale, 2 uova, mezzo bicchierino di limoncello (o di rum da dolci o di amaretto di saronno, che le dà un piacevolissimo retrogusto mandorlino) e mezza bustina di lievito da dolci. prendete le fruste e frustate per pochi minuti, giusto il tempo di ottenere una pastella liquida e senza grumi.

versate l’impasto in una tortiera (io uso lo stampo da plumcake in silicone, ma, se no, imburrate e spolverate con il pangrattato lo stampo, prima), non troppo grande, perchè l’impasto è pochino.

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a questo punto, si va di ripieno. prendete della marmellata di albicocche (se è il turno di decidere del Mio Piccolo) o della crema di nocciole (se tocca al Mio Grande) o marmellata di pesche o ciliegie (se tocca a me) e versatene 4/5 cucchiaiate sopra. sì, così, alla grezza.

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toccava al Mio Grande. abbiamo usato la nocciolata rigoni, che in questa foto sta già sprofondando.

accendete il forno a 180°. infornate per 15 minuti, quindi aprite il forno e, velocemente, per non bloccare la lievitazione, cospargete la torta (non si vedranno già più le cucchiaiate, che saranno state inglobate dal dolce) con granella di zucchero. altri 15 minuti e via!

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perchè taccio

taccio perchè, se parlassi, mi sentirei un po’ come Indignata Anna (ve la ricordate Anna Meacci ad Avanzi?): sono incazzata col mondo. no, magari letteralmente no, ma ci vado abbastanza vicino: si parte dall’Ex per arrivare ai politici, passando per i genitori di qualche compagno di classe del Mio Piccolo e quella simpaticona di Emo. nera, insomma.

ma il mio blog così solo e silente mi fa tristezza. e, allora, ieri sera, mentre cucinavo, mi son detta che vi avrei messo una ricetta. anzi, due, perchè son venute bene.

PANE NAAN E STUFATO BRUTTO DI VERDURE

la combinata nasce dal fatto che avevo promesso ai miei amati figlioli di fare le crepes con il ragout (abbinata curiosa? provate: i miei le adorano), ma, al momento di inziare a spadellare, mi sono accorta non solo di non aver tirato il ragout fuori dal congelatore (perchè a quello, forse, avrei anche potuto rimediare), ma non avere nemmeno un uovo. neanche mezzo. e, pare, per fare le crepes sono abbastanza utili.

onde evitare le ire degli eredi, ho deciso di svoltarla in “cena etnica” e mi son buttata sull’indiano. il labna fatto con il nostro yogurt c’era già: si trattava di abbinarci qualcosa. primo, i naan.

il naan è il pane tipico indiano, fatto con farina e ricotta. ricorda un po’ la piadina, ma è più leggero e si gonfia in cottura (anche se, dalle mie foto, non sembra). ci si mette un attimo.

in 200 g di yogurt a temperatura ambiente (io l’ho scaldato pochi secondi nel micro), sciogliete una bustina di lievito secco (in questo caso, istantaneo, ma con quello normale vengono meglio). aggiungete 400 g di farina 0 e 10 g di sale. impastate bene. il mio yogurt è liquido, quindi non serve aggiungere niente: se l’impasto non vi risulterà liscio ed elastico, aggiungete poca acqua. lasciate lievitare (‘na mezz’oretta, se è quello istantaneo, fino al raddoppio, se non è lievito istantaneo).

formate delle palline (con questa dose, ne vengono 10), grosse poco meno di una palla da tennis. stendetele bene, una per volta, come fareste per la pizza (quindi, senza mattarello, in modo da tenere i gas della lievitazione all’interno). scaldate una padella antiaderente (a meno che non siate dei ricchi possessori di testo) e cuocetele una alla volta, 4-5 minuti per lato.

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tagliati a metà, a tasca, per capirci, vanno farciti con il labna e con lo

STUFATO BRUTTO DI VERDURE

ho tagliato a listarelle mezzo capuccio e un peperone rosso e le ho messe in padella con un cucchiaio d’olio e mezzo bicchiere d’acqua.

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ho cotto a fiamma bassa e coperto per una decina di minuti, poi ho aggiunto 3 cucchiai di aceto balsamico, poco sale e un cucchiaino di zucchero di canna e ho cotto per altri dieci minuti.

l’aspetto è orrendo, ma il sapore è ottimo!

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comfort food

è con sommo stupore, quasi con sgomento, che apprendo che non c’è una giornata mondiale della pentola a pressione. vergogna. dovrebbe. la pentola a pressione è la santa protettrice delle madri lavoratrici, specie se appaiate a personaggi di dubbie abilità culinarie (per quanto ci metta impegno, Lui, eh!) e se pococarniane (che non è proprio proprio vegetariano: è un latto-ovo vegetariano che, qualche volta, ci casca), che non vogliono allevare i figli solo a pasta in bianco. la pentola a pressione è bella, sbrilluccicosa, rumorosa quel tanto che basta a tenere gli animali di casa lontano dalla cucina e, soprattutto, rapida. insomma, meriterebbe una giornata tutta per lei, ecco.

va bene, detto questo, passiamo oltre. ieri avevo bisogno di comfort food: giornata pesantissima, al lavoro, di quelle in cui ti affidano un neonato in crisi di astinenza, per dire, e tu non hai neanche il tempo di farti domande (ma le risposte te le dai, eccome, e non ne esce bene nessuno) e torni a casa che vorresti solo un bagno caldo, il pigiama e la mamma (o, meglio ancora, la nonna) che ti porti uno dei tuoi piatti preferiti e un sorriso. solo che, quando arrivi a casa, la mamma (perchè le nonne, ormai, ce le siamo giocate tutte e due) ti saluta di corsa, perchè è stanca di gestirti i figli, che ti molla tendenzialmente isterici e litigosi assai. ciao, bagno caldo. ciao, coccole. ti infili in doccia solo per toglierti di dosso l’odore del giorno ed esci per vestire i panni della mamma perfetta.

ma volevo qualcosa di caldo, buono, consolatorio, uno di quei piatti che ti portano indietro nel tempo, quando eri solo quella da coccolare. ci sono quattro ingredienti che – soli – possiedono la capacità di riportarmi lì: il latte, le uova, il riso, le patate. non insieme. o insieme, ma non tutti insieme. o anche tutti insieme, ma mi sto incartando e mi fermo.

intanto, volevo un dolce. ma non solo. volevo un secondo verduroso, ma potaccioso. e delle uova.

ho preso la pentola a pressione e mi sono lanciata nel comfort food per eccellenza (assieme alla crema calda in tazza, ma quella un’altra volta), quello che o si ama (io lo amo) o si odia (Lui: pare che sua mamma, una volta trovato qualcosa che le veniva bene, lo rifacesse all’eccesso. si narra che i quattro fratelli mangiassero lo stesso piatto per mesi, poracci): il risolatte. ma diverso, perchè mi sentivo “esotica”, quindi, un

RISOLATTTE CON MELA aka VOMITINO

l’aspetto, in effetti, era quello, come carinamente mi hanno fatto notare i miei figli. ecco perchè questa ricetta non avrà foto. oh. (però, se lo fate, non aspettatevi che venga bello, eh?! buono sì, molto, ma bello no, neanche un po’).

prendete una mela, la più triste tra le mele che avete nel piatto della frutta. la mia era rossa. e triste, molto, e rugosa. l’ho lavata e tagliata a pezzetti, senza sbucciarla (perchè era bio e perchè, nella mia assoluta insiepienza, avevo deciso che il rosso sarebbe rimasto rosso. illusa). l’ho messa nella pentola a pressione con 200 g di riso arborio, 700 ml di latte, 3 cucchiai di miele millefiori e 1 pizzico di sale fino. bella mescolata, chiuso tutto e cotto per 10 minuti dal fischio.

delizioso. marroncino vomito, ma delizioso. da mangiare tiepido.

visto il risultato (esteticamente non perfetto, lo ammetto), il Mio Grande ha iniziato a rognare che lui quella pappetta lì non l’avrebbe mangiata e perchè non fai qualche dolcetto più sfizioso e di qua e di là.

due palle. non avevo nè il tempo nè la voglia di far dolci (tra l’altro, mancava ancora tutto il resto della cena ed era tardi). che palle. ho preso un pandoro, che Lui, che dello spirito del Natale coglie solo il lato mangereccio (è il fratello del Grinch, praticamente) aveva comprato. l’ho aperto e tagliato a stelle. infornate le stelle a 100° per una ventina di minuti e farete felice il più rompiballe degli adolescenti con i

PANDOROTTI

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vi consiglio di tagliarli a spicchietti, una volta biscottati.

mancava, però, si diceva, il resto della cena.

ho preso il Mio Piccolo e l’ho messo a pelar patate. due, ma belle grosse. intanto, dopo aver rischiato l’ustione lavando la pentola a pressione, curavo due carciofi, belli grossi pure quelli. li ho tagliati a tocchetti, rosolati con poco olio d’oliva, spolverizzati con un cucchiaino scarso di dado granulare e coperti con mezza tazzina da caffè di acqua. ho chiuso e cotto 5 minuti dal fischio.

fantastici

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li abbiamo mangiati con le uova, abilmente strapazzate dal Mio Grande (costretto a forza ad allontanarsi da whatsapp).

insomma, alla fine, i miei comfort food li ho avuti.

mancava la crema, però…

niente quanto un buon vino, un porro e quattro zucchine

ci ha meditato sopra, ha capito che la mia dichiarazione d’amore e indipendenza era comunque una dichiarazione d’amore e l’ha accettata per quello che è, come accetta me per quello che sono, con tutti i miei (e son tanti) difetti.

e ha pure trovato che, tutto sommato, sia meglio sentirsi dire “ti amo, ma sto bene con me stessa indipendentemente da te” ed essere certi che si ha a che fare con una persona onesta, piuttosto che trovarsi, dopo anni di dichiarazioni di amore imperituro e di totale dipendenza da te, a scoprire che tua moglie ti ha cornificato a destra e a manca e si è pure fatta sputtanare in giro da quelli con cui ci ha provato e non c’è riuscita (i padri di due cari amici dei tuoi figli, pure).

e io, che son stronza quel che basta, ma che gli voglio un gran bene, me lo sono coccolata con una bottiglia di un vino che adoro

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e con un proprio buonino

BASMATI PILAF CON PORRO E ZUCCHINE

per preparare questo piatto è assolutamente necessario aver già aperto il vino (io vi consiglio il cotes du rhone) ed aver messo a palla lo stereo, se no, col caldo porco che fa, col cavolo che lo accendete, il forno.

bevetevi un buon sorso affacciati sul terrazzo, inspirate a fondo, rientrate in cucina e accendete il forno a 190°. mentre si scalda, mettete sul fuoco uno scaldalatte con 400 g di acqua, il verde del porro, una foglia di alloro, un tocchetto di sedano con foglie, i culetti degli zucchini, un pezzo di carota e un pizzico di sale grosso. portate al bollore. nel frattempo, triterete la parte bianca di un porro a rondelle fini e ne metterete metà sul fuoco, nella pentola in cui poi cuocerete il riso, con un cucchiaio d’olio e due d’acqua. stufate il porro. mentre si stufa, prendete 200 g di riso basmati (così ve ne avanza un po’ per il pranzo al lavoro del giorno dopo) e sciacquatelo abbondantemente sotto l’acqua. il pilaf è ottimo con tutti i tipi di riso, ma io avevo voglia di un riso profumato, visto il vino che avevo aperto. quando l’acqua sarà pulita, scolate il riso e versatelo sopra il porro per farlo brillare. il brodo sarà pronto: versatelo sul riso, coprite la pentola con un foglio di alluminio e mettete in forno per 20 minuti. 20. coperto. non fate di testa vostra e fidatevi: dopo 20 minuti il riso sarà cotto e il brodo sarà assorbito. e vale per qualsiasi tipo di riso, come insegna il mio papà!

prendete le zucchine, che avrete già “sculettato” per mettere i culetti nel brodo. tagliatele a metà per lungo e poi a fettine. mettetele in una padella col mezzo porro rimasto e due cucchiai di olio e cuocete, coperte, mescolando di tanto in tanto. verso la fine della cottura, salate e pepate abbondantemete.

vi avanzerà giusto il tempo di preparare la tavola in terrazza, prima che sia pronto il riso. tiratelo fuori dal forno, scoperchiatelo e unite le zucchine.

uscite all’aria aperta e pappatevelo cercando di spostare il discorso dal tema “corna”, aiutati dal vino!

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nella foto le zucchine hanno l’aria un po’ pallida, ma credo sia dovuto al fatto che, ormai, fuori la luce era quella che era: in realtà, sono belle rosolate…

pausa pranzo

ieri sera quei due mi hanno fatto sbroccare: non fanno che litigare (e poi li trovo che dormono abbracciati, vigliacchi!) e fare recriminazioni. e io nel mezzo, ovviamente, che, se cerco di dirimere controversie, finisco a fare il capro espiatorio. insomma, ieri sera son sbroccata di brutto: urli, strepiti e fuga da casa sbattendo la porta.

mi sono rifugiata a casa del vicino di pianerottolo, con le finestre aperte per sentire se si uccidevano, ma loro non lo sapevano. e li ho lasciati a cenare da soli, visto che avevo appena scodellato la pasta. io mi son consolata con dell’ottimo pecorino di pienza e del vin rosso, che il vicino ha gentilmente offerto.

son rientrata mezz’ora dopo. li ho trovati con le orecchie basse, con la tavola sparecchiata e impigiamati. abbiamo fatto la pace, ma la mia porzione di pasta, ormai, era passata. è finita a farmi da pranzo oggi. interessa?

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INSALATA DI PASTA PICCANTE CON SPINACI, SESAMO E CIPOLLINE

ho preso degli spinaci freschi, ieri, al mercato. un sacchettino: saranno stati 300 g scarsi. mentre le penne integrali cuocevano, li ho lavati e pestati con la mezzaluna assieme ad un cucchiaio abbondante di semi di sesamo. ho condito il “pesto” con un cucchiaio di olio d’oliva e con mezzo di succo di limone, che fa assorbire meglio il ferro degli spinaci. la pasta dei bambini era condita così, versata nella terrina con il pesto allungato con un po’ di acqua di cottura, con sopra una bella grattugiata di grana padano, ma, per trasformare la mia porzione in un’insata da mangiar fredda, ho aggiunto una bella spolverata di peperoncino appena macinato (i miei occhi ringraziano, visto che, demente, mi sono tirata indietro i capelli con le mani non perfettamente depeperoncinizzate) e una dozzina di cipolline sottaceto.

beh, l’immagine vi farà tristezza (ma io mangio così: bento e tastiera, in amicizia!), ma è buona davvero!

a volte verrebbe voglia di mandarli tutti

il Mio Grande ha gli esami, tra poco. no, non tra poco: tra pochissimo. eppure, la notizia non pare sfiorarlo granchè. ha fatto due anni brillanti, alle medie. due?, ma non son tre? sì, infatti, solo che questo terzo non si può definire brillante. ha 9 in matematica, 8 in storia e inglese, ma perchè gli piacciono, non perchè ci si danni sopra. il resto? il resto veleggia tra il 6 e il 7, a seconda del momento storico in cui sono arrivate verifiche e interrogazioni. il che non è un dramma, chiariamoci, ma lo diventerà. lo diventerà perchè lui, in cuor suo, ha sempre aspirato ad un bel voto, a ‘sto cazzo di esame, e, francamente, non so come possa arrivarci, se va avanti così. è un continuo litigio. sono diventata esattamente come non volevo diventare: una di quelle mamme che mettigiùiltelefonino o possibilechetunonabbianientedastudiare. mi odio, quando mi vedo dal di fuori. eppure, so di doverlo fare, perchè non voglio che diventi un anencefalico come certi suoi amici, che vivono la loro vita in maniera virtuale, tutta facebook e messaggini sul cellulare. sta crescendo, mi dicono – lo vedo. saranno gli ormoni impazziti, ma mi uccide quando mi guarda con odio. non esagero! chiedete a qualsiasi mamma di adolescente – almeno maschio, per le femmine non garantisco – e ve lo confermerà: a volte, ti guardano con odio puro. e per cazzate, eh!? ieri sera è stato perchè gli ho chiesto (no, detto) di preparare la tavola, visto che suo fratello si cimentava con me nella preparazione della frittata. odio. così, dal nulla, salvo poi, dieci minuti dopo, trasformarsi in un boa colloso, che ti si avvinghia attorno al collo in cerca di coccoli, che tu elargisci, perchè li elargisci, ma condendoli con tanti insulti a mente.

e poi c’è il Mio Piccolo, che si incazza perchè gli dico di no, papà mi lascia fare tutto quello che voglio. e tu spiegagli che lasciar fare non vuol dire automaticamente voler più bene. già, ma se uno ti compra l’ipad (giuro!) e l’altra sì e no le figurine dei pokemon, il confronto lo fai. o, se non lo fai tu (perchè devo dire che, almeno ad alta voce, non lo fa), lo fa la tua mamma, che trova ingiusto che ti si comprino certe cose, ma che vorrebbe, almeno, essere in grado di farlo lei.

e poi c’è Lui, che non capisce perchè io non voglia introdurlo a tutto tondo nella vita dei bambini, perchè io dica: ci vediamo solo noi due o tutti assieme, quando abbiamo i bambini sia io che tu, ma non noi due e i miei figli. non tutte le sere, almeno. perchè non è giusto, perchè i miei bambini un uomo in casa non lo hanno mai avuto ed è bello che adesso ce l’abbiano, ma è giusto che non ce l’abbiano tutti i giorni, che non ci facciano l’abitudine. perchè vedi, caro il mio Lui, noi separati abbiamo ancora meno illusioni degli altri sull’amore di tutta una vita (o almeno dovremmo averle, se tu, che sei separato quanto me, non la pensi così) e ci rendiamo (o dovremmo renderci) conto che non è giusto coinvolgere i bambini al punto che, se dovesse finire, soffrano come per la separazione dei loro genitori. sarà che inizio a sentir raccontare le fini di coppie 2.0 e mi accorgo che tutti son lì a dire poveretta, ci credeva davvero, poveretto, è da solo un’altra volta. e loro? nessuno che dica poveretti, hanno perso un altro affetto? l’altro giorno l’amica Trimamma mi raccontava della sua infanzia, di quei compagni della mamma (o del papà, ma più della mamma, perchè viveva con lei) che comparivano e scomparivano, senza che lei se ne desse peso, ma che poi, sì, un giorno era arrivato uno che poi era rimasto tanti anni, per poi sparire per sempre, perchè, se non è tuo padre, non gli resta nemmeno il dirittodovere di venirti a trovare.

sbuffano. tutti e tre. e questo dovrebbe farmi pensare di essere una colossale rompipalle, ma non lo fa: mi vien solo da pensare che li manderei tanto volentieri tutti a quel paese. e mi consolo facendo da mangiare. metterò su un culo da far provincia, ma, intanto, vi metto una ricetta nuova, così, magari, se vi imbalenite un po’ anche voi, mi sento meno sola.

CHIOCCIOLINE DI PANE AL MIELE

la ricetta parte da questa. fantastica, pare, se non che la margarina mi rifiuto di usarla (son cresciuta con mio papà che mi diceva che è una colossale schifezza) e il latte di mandorle (che mi fa voglia da matti) potrebbe uccidermi con uno chock anafilattico. l’ho rivista e corretta, quindi.

ho sciolto in 350 g di latte tiepido un cubetto di lievito di birra e 2 cucchiai di un miele fantastico che fanno le api di un collega di Lui. ci ho aggiunto 2 cucchiai di olio d’oliva (non extra vergine, se no, è troppo saporito), 1 cucchiaino di sale e quasi 600 g di farina 0. ho impastato con cattiveria (a questo servono gli impasti, no?!) e l’ho messo a lievitare in forno, a campana, per 3 ore circa. una volta raddoppiato, l’ho sgonfiato, gli ho dato le pieghe e l’ho diviso in 2 parti. ad una di queste ho unito circa 100 g di cioccolata avanzata dalle uova di pasqua, mista tra fondente e al latte. ho diviso, poi, sia la metà bianca che quella col cioccolato in 6 pezzetti. ho fatto le pieghe ad ogni pezzetto, poi l’ho steso con le nocche, fino ad ottenere un rettangolo, e l’ho arrotolato a chiocciolina. ho messo le 12 chiocciole sulla leccarda, coperte con un canovaccio, e le ho lasciate crescere per un’oretta.

ho acceso il forno a 170°C. intanto, ho spennellato il sopra delle chiocciole con un po’ di acqua in cui avevo sciolto un cucchiaino di miele e ci ho messo sopra della granella di zucchero.

ho cotto con pentolino dell’acqua sul fondo del forno per 20 minuti circa.

volevo fotografarle tutte, ma avevo pure due amici del Mio Grande, in casa, e… be’, questa è la sola che è riuscita ad arrivare sotto la macchina fotografica!

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si mettessero d’accordo…

il Mio Piccolo è un salutista: non ama i fritti, i cibi troppo grassi, non stravede per i dolci, non mangia cioccolata e vivrebbe di frutta, verdura e riso. c’è solo una “schifezza” che lo fa andar giù di testa: i pasticcini, quelli piccoli, con la crema e la frutta sopra. per quelli (e per la crema in genere) ucciderebbe.

il Mio Grande, invece, odia la frutta (con qualche rara eccezione) e la verdura. vivrebbe di cotolette e cioccolata.

così, ieri, dopo una feroce discussione su che torta dovessi fare, onde evitare schizzi di sangue sul muro, mi sono lanciata in una duplice produzione:

TORTA PASTICCINO per il Mio Piccolo

la torta pasticcino nasce come normale crostata alla crema con la frutta sopra. la presentai una domenica, anni fa, e il Mio Piccolo si mangiò tutto il ripieno, lasciando là la pasta frolla. sigh. mangiatevi voi una fetta di pasta frolla post leccatura… e a me buttar vià la roba dà fastidio assai, quindi… urgeva una ricetta alternativa. la volete? eccola!

mettete a lessare due uova. fatele belle sode, senza la goccia nel tuorlo. intanto, fate ammorbidire fuori dal frigo 150 g di burro (sì, è salutista, ma qui il burro ci vuole!). mescolate 350 g di farina 0 e 50 g di fecola con 150 g di zucchero di canna e unitele, con le fruste a gancio, al burro morbido. sacrificate un figlio a sgusciare le uova (e, se vuole, a mangiarsi i bianchi: qui ci pensano i gatti), setacciate i due tuori sodi e uniteli al resto dell’impasto. su un foglio di carta forno steso sulla leccarda, fate un “cerchio” di impasto alto circa 1,5 cm (io uso il bordo di una tortiera a cerniera come forma), senza lisciarlo nè schiacciarlo troppo: è un compito da nani, quindi, l’effetto non sarà perfetto. cuocete a 200° per 35 minuti circa. vi verrà fuori un grosso biscotto grumoloso, tipo la nostra “fregolotta”.

lasciate raffreddare la base e preparate la crema: in una casseruola, mescolate 40 g di farina 0 con 100 di zucchero di canna. unite 3 tuorli, mescolate bene con un cucchiaio di legno e versate, lentamente, sempre mescolando, 500 cc di latte. unite una scorzetta di limone bio, mettete sul fuoco, a fiamma bassa, e portate al bollore, sempre mescolando (occhio che si attacca!!). cuocete per un paio di minuti dal bollore, poi lasciate raffreddare.

prendete la base, mettetela sul piatto che userete da portata e bagnatela, un po’ alla volta, ma abbondantemente, con del latte (ne va mezzo bicchiere abbondante). versate sopra la base la crema, pianin pianino, in modo che non debordi. quando la crema sarà a temperatura ambiente, mettete in frigo, coperto dalla pellicola (potete usare lo stesso bordo della tortiera per evitare che il domopack si appiccichi alla crema) e fate pulire la crema e il cucchiaio dal nano più piccolo che trovate in circolazione.

tagliate la frutta. io, ‘sto giro, ho usato solo fragole, ma potete sbizzarrirvi. mezz’ora prima di portarla in tavola, decoratela con la frutta. se l’avrà decorata il Mio Piccolo in versione chef, avrà questa faccia qua:

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mentre la base della torta pasticcino cuoceva, ho preparato l’altra, che ho infornato subito dopo:

TORTA MORETTA per il Mio Grande

è una torta “storica”: in rete ne troverete a bizzeffe: questa è la mia versione: viene sofficerrima e cioccolatosissima. ‘na meraviglia!

montate 3 uova con 150 g di zucchero di canna finchè non saranno ben chiare. unite 1 bicchiere di latte, 70 g di olio di semi che sappia di pochissimo, 50 di cacao amaro, 100 g di fecola e 50 g di farina 0. mescolate ben bene e unite 1/2 bustina di lievito. ha fatto tutto il Mio Grande, che, un tempo immancabile aiuto chef, non varcava le porte della cucina da tempi immemorabili. il cuore di mamma si è sciolto.

infilate nel forno a 180° e cuocete 35 minuti, mentre il cuoco giovine si lecca la ciotola dell’impasto. servitela spolverizzata di zucchero a velo (io l’ho fatto con quello di canna) e, se proprio non volete farvi mancar nulla, farcita con nutella e/o panna. io l’ho lasciata nature:

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