momenti

il Mio Grande oggi avrà la pagella. la prima del liceo. e avrà una grossa delusione, perchè il Compagno di Banco, quello che è con lui dalla prima elementare, oggi molla. ha paura di non farcela, ha scelto – dice – una scuola troppo difficile per lui. hanno passato due giorni a discutere, a litigare, anche, perchè il Mio Grande non lo accettava, gli diceva che, se i prof. son positivi, se i voti hanno cominciato a salire, allora non si molla, allora ce la fai. continueranno a volersi bene, sono sicura, ma è dura accettare le sconfitte degli altri.

anche il Suo Grande oggi avrà la pagella. e suo padre comincia ad arrendersi all’idea che sarà bocciato. in seconda media. e qui quella che si incazza sono io, perchè farei la guerra, perchè Emo non accetta le ripetizioni, e ci si trova che quel poveretto studia come un ebete tre giorni e poi non studia più niente per altri dieci. e si va dal 7, se viene interrogato in quei tre giorni, al 2, se capita negli altri, che pare il monitoraggio delle contrazioni.

poi ci sono i due piccoli, il Mio e la Sua, che non capiscono perchè ci sia tutta quest’aria di guerra, che, per loro, la pagella è comunque un momento di festa, beate elementari.

insomma, uffa.

come matrigna faccio forse un po’ cagare

da qualche mese a questa parte, il Suo Grande mi sta allegramente sui maroni.

sì, lo so che dovrei dire quanto sia bello essere una famiglia allargata e raccontarvi di quando la Sua Piccola arriva con l’adesivo della nutella preso per me (e cosa c’è scritto non ve lo dico neanche, se no, tra dolcezze e nutella, poi, la glicemia…) mentre era al supermercato con sua mamma o di quando becco lei e il Mio Piccolo accovacciati sul quadernone di inglese di lei, perchè, mentre lei copia le parole, lui fa, accanto, il disegnino o di quando il Mio Grande l’accompagna alle prove dello spettacolo di danza caricata sul portapacchi della bici. lo so, sarebbe più carino. invece no: vi racconto di quanto mi stia sulle palle lui.

mi sta sulle palle perchè ci guarda tutti dall’alto in basso. mi sta sulle palle perchè tratta a pesci in faccia suo padre, che ci soffre, ma che si trattiene perchè poverino sta entrando nell’adolescenza. mi sta sulle palle perchè non studia una beata fava (è francese), piglia una caterva di 4 (alle medie) e va a nascondersi dietro le spalle di quell’oca di sua mamma, che ha altro a cui pensare e spiega che è colpa dei professori che non lo capiscono (peccato che, poi, quando sta con il papà e studia, prende 7 e 8 in serenità). mi sta sulle palle perchè è sempre in cerca di beccare in fallo suo padre, me, sua sorella, i miei figli. tutti. qualsiasi cosa facciamo

lo so, ha 13 anni, ha una mamma che si ubriaca tutte le sere col suo compagno e lo lascia solo tutto il giorno a casa (ma anche sua sorella è nelle stesse condizioni, con l’aggravante di avere qualche anno di meno), ma mi fa girare le palle che non sappia indirizzare la sua rabbia sulla persona giusta, che spari a raffica su tutti noi e che passi le sue giornate davanti a programmi anencefalici su MTV o giocando con il cellulare, perchè fare sport è da sfigati, suonare uno strumento è da sfigati, studiare è da sfigati, leggere è da sfigati. sa vita, morte e miracoli dei concorrenti di tutti i reality del mondo e di tutti gli pseudo comici di quella triste trasmissione che è colorado.

e quello che mi fa più girare le palle (è sempre francese) è che io tutte ‘ste cose non riesco a dirle a Lui: nella migliore delle ipotesi, taccio. nella peggiore (cretina!) cerco pure di difenderlo.

i cordoni della borsa

io non so se credo in dio. ci ho creduto, poi la vita mi ha preso a schiaffi un bel po’ di volte, togliendomi persone che amavo, ferendone profondamente altre. adesso non lo so se ci credo. diciamo che, più che atea, sono un’agnostica speranzosa: ci sono cose, ci sono momenti, nella vita, che mi fanno pensare – sperare – che non possa essere tutto qui. in altri, però, mi dico davvero che tutto dev’essere legato al caso, se no, certe cose non succederebbero.

per questo, stamattina, mi sentivo parecchio ipocrita ad essere lì http://www.adnkronos.com/IGN/News/Cronaca/Papa-labbraccio-di-Francesco-a-tremila-malati-affetti-da-malattie-rare_32857680876.html

ma, per la Canterina, questo ed altro (e poi, vi confesso che quell’uomo mi piace, per il momento).

detto questo, pur continuando a sperare che Lui ci sia, che fosse solo molto distratto, ma che, adesso che il Suo emissario in terra ci ha incontrati, decida di guardare anche ai malati di malattie genetiche rare, decida che lo scherzo è durato abbastanza e che, da adesso, tutto girerà per il verso giusto, trovo che sia giusto confidare nella scienza. in tutti quei ricercatori che studiano, che cercano una spiegazione, una soluzione, una cura.

quindi, amici cari, son venuta a batter cassa: allentate i cordoni della borsa: la malattia della Canterina non sarà di certo tra le prime che riceveranno i fondi telethon (nella sfiga, ne abbiamo scelta una che è proprio proprio rara), ma, chissà, se i fondi abbondassero…

la fortuna è un fatto di geografia

lampedusa

questo è un blog leggero, cretino, a volte. ma a me ‘ste cose chiudono lo stomaco.

ho un’amica che è arrivata in italia coi barconi, millemila anni fa, dall’albania. è stata fortunata: qui ha trovato un lavoro, l’amore, ora ha una bella famiglia, vive in una bella casa ed è anche riuscita a finire gli studi. un’estate – eravamo al mare assieme – suo figlio piccolo prese un canottino e iniziò a remare verso il largo. ma no!, gli gridò dietro lei, con tutta la fatica che abbiamo fatto a venire in qua, adesso tu torni in albania?!

rideva. poi, però, la sera, mi ha raccontato. un racconto carico di angoscia, di paure che puzzano, di quelle che le senti ancora anni dopo. di lei e il fratello che tagliavano i capelli a zero alla sorellina sedicenne, troppo carina per affrontare un viaggio come quello se non camuffata. a volte, lo sogno ancora. era la sola cosa possibile, la sola salvezza. suo padre era detenuto per motivi politici. ora è qui, vive con lei. ha perso tutti i denti, in carcere, ma non vuole la dentiera perchè i suoi nipoti devono sapere, i suoi figli devono ricordare ogni giorno.

mi chiedo cosa sognassero, da cosa scappassero, cosa abbiano pensato negli ultimi istanti. morire a pochi metri dalla meta, morire nelle acque di uno dei più bei posti del mondo, morire di fame, di disperazione. di sfortuna.

intermezzo

in mezzo a tutto questo casino, in mezzo a quest’attesa che pesa, anche se fai finta di lavorare per non pensarci troppo, in mezzo a questi sensi di colpa che soffocano anche te, perchè lo sai che non puoi portarteli a casa tutti, i tuoi “tosetti”, ma vorresti e ti chiedi se non avresti potuto fare di più per lei, che non una visita due volte al mese e gli orecchini per la promozione e la sciarpina carina perchè ricomincia la scuola e vuoi augurarle di sentirsi più bella in mezzo agli altri, in mezzo a tutto questo casino riesco solo a pensare a questo, nota per nota.

diarrea e ramadam

solo una volpe del deserto come me può offrire un panino (non al prosciutto, almeno quello) a Mario, mussulmano, in pieno ramadam. ma Mario (perchè li chiama tutti così, gli italiani) ride, perdona, apprezza il gesto e chiede, invece, se gli tengo il borsone rosa a fiori dove tiene le borse da vendere, mentre si fa un tuffo. così, si parla, si fa amicizia. si scopre che ha pure una laurea (in filosofia…), in nigeria, dove ha lasciato la moglie e tre bambini, come te, vedi?, solo che tu li hai qui vicino, mi dice. e si scopre che quel tipo muscoloso e abbronzatissimo (con la faccia da culo, letteralmente) che gli compra un sacco di roba è un poliziotto. in vacanza. ah, però, coerente, l’uomo delle forze dell’ordine, commento. va be’, dai, almeno tu ci guadagni qualcosa, no?, chiosa la Pimpa. e, così, si scopre che quella faccia da culo (a questo punto non solo per i lineamenti) le borse non le paga. se le fa regalare. ma scherzi, Mario?! ma mandalo a cagare, scusa!! no, non lo fa, perchè, dice, almeno non mi denuncia.

squallido soggetto. che i soldi che risparmi per compare le borse (e le scarpe todds e le ciabatte gucci, pare) ti vadano tutti in imodium.

(e, quindi, sì, siamo di nuovo, brevemente, in vacanza)

i figli so’ piezz’ ‘e core

ho cenato con un’amica, ieri sera. la mamma di un amico del Mio Grande. è una donna in gamba, separata, risposata, madre di due maschi dal primo e di una femmina dal secondo matrimonio. fa un lavoro di quelli da uomo, insegna in una facoltà di quelle dove le ragazze le vedi col lumicino (e, tendenzialmente, non ti accorgi che son ragazze). è in gamba, mi è sempre piaciuta, tant’è che abbiamo continuato a frequentarci anche dopo che i nostri figli avevano iniziato due scuole medie diverse.

dei tre figli, il più grande ha sempre avuto problemi a scuola. pare abbia iniziato a prendere brutti voti già in quinta elementare, ma lei aveva attribuito il problema al fatto che proprio quell’anno lei e il marito si erano separati. alle medie si era barcamenato senza lode e con molto aiuto da parte prima sua, poi, quando si era resa conto di non essere in grado di farsi ascoltare dal figlio se provava ad insegnargli a studiare, da un insegnante privato. ripetizioni dalla prima media in poi, ripetizioni a manetta atterrato al liceo, ripetizioni che non l’hanno salvato dalla bocciatura al primo anno. il padre, in tutto questo, latitava. diceva di non riuscire ad instaurare un buon rapporto con lui, che sembrava aver preso in toto le parti della mamma nei litigi che nascevano. a settembre, il giovinotto comincia ad avere brutti attacchi di asma. si pensa ad allergie, ma le prove son tutte negative. una sera, la mamma lo porta al pronto soccorso: fatica a respirare, nemmeno i farmaci servono a nulla. glielo restituiscono con una lista di farmaci da far paura, ma sono stati prescritti da uno psichiatra: il giovine ha una brutta forma di depressione: l’asma era psicosomatica, era il suo modo disperato di chiedere aiuto al mondo.

la mamma non molla. si piange addosso le sue lacrime tutte in una volta, poi si tira su le maniche e si rivolge al consultorio di zona, per iniziare un percorso che aiuti il figlio e che aiuti lei ad aiutare lui. il padre rifiuta di andare agli incontri. per mesi, madre e figlio, vanno a parlare con una psicologa, da soli, in coppia, di nuovo soli. la psicologa insiste sulla necessità di vedere il padre, di cui parla pure male davanti al ragazzo, basandosi, suppongo, su quello che madre e figlio possono aver lasciato trapelare. finalmente, tormentato dall’ex moglie, che non vede il ragazzino fare alcun progresso, anche papà decide di andare. va da solo, una prima volta. vanno insieme lui e il figlio, su richiesta della psicologa, la seconda.

e il giovine torna a casa con papà, perchè la psicologa gli ha detto che la fonte di tutti i suoi mali è il rapporto malato che ha con la mamma. è sballottato. la chiama con la voce da pianto, mamma, scusami, ma la psico dice che, se non do un taglio netto, non guarisco e io sto male, mi ha detto che sto male così perchè tu non mi aiuti a guarire, perchè non hai capito che il mio è un caso grave e che lontano da te guarirò.

ora lei non sa che fare. si chiede perchè, se è una mamma tanto di merda, non le tolgano gli altri due figli. si chiede se sia possibile che sia lei la causa di tanto male. si chiede se non fosse giusto che ‘sta psicologa gliene parlasse prima: sono andati da lei per mesi e mai, nemmeno una volta, ‘sta donna ha sollevato il dubbio che il problema potesse essere la mamma, poi va il papà e questa gli dice di portarsi via il ragazzino…

ieri sera ha chiamato su skype. piangeva. gli mancano la mamma e i fratelli (e vedere un ragazzotto quasi diciassettenne piangere perchè gli mancano mamma e fratelli fa strano davvero…). la mamma sorrideva, gli diceva di aver fiducia in sè, che ne verrà fuori, che è forte e ben supportato, che tornerà presto da loro.

quando ha spento, è uscita in terrazza coi conati di vomito.

io oggi chiamo l’Amica Psichiatra, perchè a me, ‘ste psicologhe che si inventano solutori di ogni problema (medico, poi, perchè la diagnosi l’hanno fatta al pronto soccorso, con tanto di pillole e pillolette) mi lasciano un po’ perplessa.