d’altronde, se l’era sposata

dopo di che, per carità, è figlio suo, io ho già i miei da gestire e non son sempre semplici, ma che mi guardi con l’occhio da cocker e mi dica che, sai, poverino, ci teneva tanto, e, in fondo, tra le materie insufficienti (che son sei, n.d.r.) c’è anche inglese e, quindi, hanno deciso, Lui ed Emo, di mandarlo due settimane in inghilterra, quest’estate, coi suoi amichetti del cuore e si aspetti che io non lo guardi con gli occhi fuori dalle orbite, no, eh?!

non ti sembra una buona idea?, mi ha chiesto. no, non mi sembra. se fosse stato mio figlio, avrebbe passato l’estate a studiare quelle 6 materie insufficienti (e non tutte col 5, eh, perchè in storia e in geografia sfoggiamo due 4), non in college (perchè in famiglia si mangia male…) a divertirsi. sì, ma fa 3 ore al giorno di inglese, eh!

lasciamo stare. mi son venute le palle rotanti che neanche a goldrake (o era mazinga? non mi ricordo) e mi son messa a cucinare. e, tutto sommato, meglio così, che avevo la cassetta del GAS da sistemare.

quindi, oggi vi propino un po’ di verdure, che almeno son sane e mi sento più buona.

TOPINAMBUR IN SALSA DI SOIA

ho preso due bei topinambur (due chili me ne han messi in cassetta, ‘sto giro) e li ho tagliati a rotelline, mettendo le rotelline in acqua e limone, perchè non diventassero nere.

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le ho messe in padella con un paio di cucchiai di olio d’oliva e le ho saltate, a fuoco medio, per una decina di minuti, con uno spicchio d’aglio (da togliere prima della fine cottura, se no, si confonde). al momento di salarle, mi è venuto l’estro orientale e l’ho fatto con la salsa tamari.

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ho cotto per qualche altro minuto (meno di dieci, ma, incavolata com’ero, figurarsi se ho tenuto d’occhio l’orologio) e ho ottenuto un contorno buonino buonino.

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ricordano i carciofi, di sapore, i topinambur, ma sono più delicati. se volete provarli… beh, fatevi vivi, che ne ho due chili da smaltire!

mentre i topinambur cuocevano, mi sono data al broccolo fiolaro. il Mio Piccolo ed io adoriamo cavoli e broccoli in tutte le salse e, quindi, qui sì son stata contenta che il GAS ne avesse messi “un sacco e una sporta”. sabato li avevo lavati, divisi in fogliette e scottati e mi sono preparata un grande classico della mia cucina, il

BROCCOLO FIOLARO CON ACCIUGHE E NOCCIOLE

ho messo in padella un bel po’ di filetti di acciuga: un cliente di quelli che non pagano (ahimè, la maggioranza) è tornato nelle terre sue e mi ha portato un vasetto di filetti di acciughe pescate da suo padre: ‘na roba grande! insomma, qualcuno l’ho messo in padella assieme ad uno spicchio di aglio nudo

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e qualche altro su un pezzo di pane, per accompagnare il prosecco che e le chiacchiere con quest’amica qua, che, nel frattempo, era arrivata con mezza famiglia (il figlio grande è in ospedale, di nuovo, a psichiatria, e lei si arrabatta perchè gli altri due figli continuino a sorridere, nonostante tutto). ho aggiunto il broccolo, che avevo lessato (tenendolo un po’ al dente) e sgocciolato per benino

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e ho cotto a fiamma alta per qualche minuto (pochi, davvero). pochi minuti prima di spegnere, ho tolto l’aglio e aggiunto due nocciole che il Mio Piccolo aveva tritato col frullatore piccino (ma che non si vedono).

buono, molto buono.

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l’incazzatura non è passata. che poi, forse, non è nemmeno incazzatura. mi fa rabbia. insomma, la rabbia – allora – non è passata, ma, almeno, abbiamo mangiato bene.

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comfort food

è con sommo stupore, quasi con sgomento, che apprendo che non c’è una giornata mondiale della pentola a pressione. vergogna. dovrebbe. la pentola a pressione è la santa protettrice delle madri lavoratrici, specie se appaiate a personaggi di dubbie abilità culinarie (per quanto ci metta impegno, Lui, eh!) e se pococarniane (che non è proprio proprio vegetariano: è un latto-ovo vegetariano che, qualche volta, ci casca), che non vogliono allevare i figli solo a pasta in bianco. la pentola a pressione è bella, sbrilluccicosa, rumorosa quel tanto che basta a tenere gli animali di casa lontano dalla cucina e, soprattutto, rapida. insomma, meriterebbe una giornata tutta per lei, ecco.

va bene, detto questo, passiamo oltre. ieri avevo bisogno di comfort food: giornata pesantissima, al lavoro, di quelle in cui ti affidano un neonato in crisi di astinenza, per dire, e tu non hai neanche il tempo di farti domande (ma le risposte te le dai, eccome, e non ne esce bene nessuno) e torni a casa che vorresti solo un bagno caldo, il pigiama e la mamma (o, meglio ancora, la nonna) che ti porti uno dei tuoi piatti preferiti e un sorriso. solo che, quando arrivi a casa, la mamma (perchè le nonne, ormai, ce le siamo giocate tutte e due) ti saluta di corsa, perchè è stanca di gestirti i figli, che ti molla tendenzialmente isterici e litigosi assai. ciao, bagno caldo. ciao, coccole. ti infili in doccia solo per toglierti di dosso l’odore del giorno ed esci per vestire i panni della mamma perfetta.

ma volevo qualcosa di caldo, buono, consolatorio, uno di quei piatti che ti portano indietro nel tempo, quando eri solo quella da coccolare. ci sono quattro ingredienti che – soli – possiedono la capacità di riportarmi lì: il latte, le uova, il riso, le patate. non insieme. o insieme, ma non tutti insieme. o anche tutti insieme, ma mi sto incartando e mi fermo.

intanto, volevo un dolce. ma non solo. volevo un secondo verduroso, ma potaccioso. e delle uova.

ho preso la pentola a pressione e mi sono lanciata nel comfort food per eccellenza (assieme alla crema calda in tazza, ma quella un’altra volta), quello che o si ama (io lo amo) o si odia (Lui: pare che sua mamma, una volta trovato qualcosa che le veniva bene, lo rifacesse all’eccesso. si narra che i quattro fratelli mangiassero lo stesso piatto per mesi, poracci): il risolatte. ma diverso, perchè mi sentivo “esotica”, quindi, un

RISOLATTTE CON MELA aka VOMITINO

l’aspetto, in effetti, era quello, come carinamente mi hanno fatto notare i miei figli. ecco perchè questa ricetta non avrà foto. oh. (però, se lo fate, non aspettatevi che venga bello, eh?! buono sì, molto, ma bello no, neanche un po’).

prendete una mela, la più triste tra le mele che avete nel piatto della frutta. la mia era rossa. e triste, molto, e rugosa. l’ho lavata e tagliata a pezzetti, senza sbucciarla (perchè era bio e perchè, nella mia assoluta insiepienza, avevo deciso che il rosso sarebbe rimasto rosso. illusa). l’ho messa nella pentola a pressione con 200 g di riso arborio, 700 ml di latte, 3 cucchiai di miele millefiori e 1 pizzico di sale fino. bella mescolata, chiuso tutto e cotto per 10 minuti dal fischio.

delizioso. marroncino vomito, ma delizioso. da mangiare tiepido.

visto il risultato (esteticamente non perfetto, lo ammetto), il Mio Grande ha iniziato a rognare che lui quella pappetta lì non l’avrebbe mangiata e perchè non fai qualche dolcetto più sfizioso e di qua e di là.

due palle. non avevo nè il tempo nè la voglia di far dolci (tra l’altro, mancava ancora tutto il resto della cena ed era tardi). che palle. ho preso un pandoro, che Lui, che dello spirito del Natale coglie solo il lato mangereccio (è il fratello del Grinch, praticamente) aveva comprato. l’ho aperto e tagliato a stelle. infornate le stelle a 100° per una ventina di minuti e farete felice il più rompiballe degli adolescenti con i

PANDOROTTI

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vi consiglio di tagliarli a spicchietti, una volta biscottati.

mancava, però, si diceva, il resto della cena.

ho preso il Mio Piccolo e l’ho messo a pelar patate. due, ma belle grosse. intanto, dopo aver rischiato l’ustione lavando la pentola a pressione, curavo due carciofi, belli grossi pure quelli. li ho tagliati a tocchetti, rosolati con poco olio d’oliva, spolverizzati con un cucchiaino scarso di dado granulare e coperti con mezza tazzina da caffè di acqua. ho chiuso e cotto 5 minuti dal fischio.

fantastici

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li abbiamo mangiati con le uova, abilmente strapazzate dal Mio Grande (costretto a forza ad allontanarsi da whatsapp).

insomma, alla fine, i miei comfort food li ho avuti.

mancava la crema, però…

Quelli allucinogeni li avevano finiti

e mi è toccato consolarmi coi funghi semplici. che poi, funghi… gli champignon a casa mia non venivano nemmeno considerati funghi, ma nella cassetta del GAS quelli c’erano. e io c’ho dato dentro – sfogo sul cibo il cattivo umore.
ho preso una sbrancata di pallidi funghetti: curati e puliti pesavano 350g

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li ho tagliati a fettine

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e li ho messi in una pentola a bordi alti, assieme a 2 cucchiai di olio evo e a poco prezzemolo (solo perché non ne avevo altro… io adoro il prezzemolo! )

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li ho scottati a fiamma alta per qualche minuto, poi ho abbassato il fuoco e ho unito 1 cucchiaio di farina integrale

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perché integrale? perché il vaso della farina integrale era a portata di mano. avrei voluto mettere la maizena, ma era finita… va be’, ho mescolato la farina ai funghi e l’ho fatta tostare per un paio di minuti. poi ho unito 1 dado e 600 ml di acqua

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ho coperto, ho messo il fuoco a fiamma media e ho cotto per una decina di minuti.

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l’aspetto era quasi cotto, ma un po ‘ tristanzuolo. ho unito un bicchiere di latte e un pizzico di sale e ho lasciato sobbollire ancora un paio di minuti.

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nel frattempo, mi sono aperta il mio vinello preferito per riscaldare il mio povero animo triste
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(qui la foto dei poveri resti)
il tempo di verificare che fosse sempre buono come ricordavo e l’intruglio funghesco aveva raggiunto una temperatura accettabile anche per una lingua non ricoperta di amianto.
ho minipimerizzato l’intruglio, ottenendo un’ottima crema di champignon.
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mangiata calda, con pepe e prezzemolo appena tritato ha decisamente un suo perché.