quanto silenzio. non avevo il coraggio di aprirla, questa pagina, per paura del vuoto che ci avrei trovato. è un bel po’ che non torno – è come entrare in una casa con i balconi chiusi, coi mobili coperti di polvere: è sempre casa, ma ti ci senti solo.

e io, in questi tempi, mi sento proprio sola. sola e chiusa – e pure un po’ piena di polvere. respingo i goffi tentativi di aiuto di Lui perchè non può aiutarmi. è un periodo buio – magari riuscirò pure a raccontarvelo, tra un po’ – un periodo in cui vedo il Mio Grande soffrire e non so aiutarlo. un periodo in cui fare la mamma è la cosa più pesante del mondo.

questa mattina, però, un raggio di sole ha illuminato la mia giornata e sono così pochi, ultimamente, che ho deciso di portarlo qui dentro, tra la polvere, coi balconi chiusi. mentre andavamo a scuola, la Canterina, a mano del Mio Piccolo, saltellante e chiusa nel suo mondo come spesso, si è fermata davanti ad un cartellone. bianco, con delle scritte blu: comunicava l’inizio di una serie di conferenze sulla FAMIGLIA. l’ha guardato a lungo, piegando la testa di lato come fa lei. e poi, piano piano, ha letto: “A… M… I…”. ha riconosciuto tre lettere e l’ha fatto di sua spontanea volontà, non perchè spronata dalla maestra, da me, da suo papà, con il miraggio di un premio. e poi i numeri, tutti, quelli delle date degli incontri.

lo so. suona poca cosa. non lo è, non lo è per niente: se la Canterina riuscirà a leggere, a scrivere, potrà superare i problemi di comunicazione che ha. potrà far capire i suoi bisogni anche a chi non conosce i suoi riferimenti, quelli che usa per parlare con noi (spiegalo, tu, alla signora del bar, che “è l’ora del tubby toast” vuol dire che ha fame). oppure, come ha detto, abbracciandola, il Mio Grande, potrà perdersi nel mondo di sogno di qualcun altro, leggendo i libri.

(la canzone, come spesso, non c’entra con quel che ho raccontato. ma solo con quello)

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(ada)mitiche serate

scena: sabato sera, ristorantino carino gestito dalla famiglia di un collega di Lui, posto fighetto da coppie e adulti, luce soffusa e arredo molto minimalista. noi siamo lì, tutti e sei, e, straordinariamente, i quattro mostri si stanno comportando benissimo: subiscono il fascino del lugo figo, evidentemente.

cena ottima. si arriva al dessert. a servirlo, arriva, direttamente dalla cucina, il collega di Lui, con pantaloni a quadretti bianchi e blu, grembiulone e cappello da cuoco. quattro convenevoli, i nostri complimenti e si allontana.

il Suo Grande – figo! anche sabato scorso: la mamma ci ha portato a una festa coi suoi amici e abbiamo visto il cuoco, che faceva le salsicce. solo che aveva solo il grembiule da cuoco.

il Mio Grande – mica tutti i cuochi girano col cappello ridicolo, eh!

il Suo Grande – no no, non volevo dire questo! aveva il grembiule, ma sotto era nudo! gli ho visto le chiappe pelose…

un attimo di gelo. poi, mentre la Sua Piccola raggiungeva sul viso tonalità di porpora ineguagliabili e il Mio Piccolo, visibilmente esaltato, urlava: “gli hai visto il culoooo?!” con frequenza chiaramente udibile a parecchie centinaia di metri di distanza, dal naso di Lui ha iniziato ad uscire un fiotto di vino bianco, a spruzzi. giuro.

i presenti tutti hanno rivolto le loro attenzioni (più o meno schifati) al nostro tavolo.

ce ne siamo andati in fretta, mentre il Mio Grande, che continuava a sghignazzare (anch’io, ma cercavo di non farlo vedere troppo a Lui), mi sussurrava: “Ma’, hai pronto un post per il tuo blog!

momenti

il Mio Grande oggi avrà la pagella. la prima del liceo. e avrà una grossa delusione, perchè il Compagno di Banco, quello che è con lui dalla prima elementare, oggi molla. ha paura di non farcela, ha scelto – dice – una scuola troppo difficile per lui. hanno passato due giorni a discutere, a litigare, anche, perchè il Mio Grande non lo accettava, gli diceva che, se i prof. son positivi, se i voti hanno cominciato a salire, allora non si molla, allora ce la fai. continueranno a volersi bene, sono sicura, ma è dura accettare le sconfitte degli altri.

anche il Suo Grande oggi avrà la pagella. e suo padre comincia ad arrendersi all’idea che sarà bocciato. in seconda media. e qui quella che si incazza sono io, perchè farei la guerra, perchè Emo non accetta le ripetizioni, e ci si trova che quel poveretto studia come un ebete tre giorni e poi non studia più niente per altri dieci. e si va dal 7, se viene interrogato in quei tre giorni, al 2, se capita negli altri, che pare il monitoraggio delle contrazioni.

poi ci sono i due piccoli, il Mio e la Sua, che non capiscono perchè ci sia tutta quest’aria di guerra, che, per loro, la pagella è comunque un momento di festa, beate elementari.

insomma, uffa.

comfort food

è con sommo stupore, quasi con sgomento, che apprendo che non c’è una giornata mondiale della pentola a pressione. vergogna. dovrebbe. la pentola a pressione è la santa protettrice delle madri lavoratrici, specie se appaiate a personaggi di dubbie abilità culinarie (per quanto ci metta impegno, Lui, eh!) e se pococarniane (che non è proprio proprio vegetariano: è un latto-ovo vegetariano che, qualche volta, ci casca), che non vogliono allevare i figli solo a pasta in bianco. la pentola a pressione è bella, sbrilluccicosa, rumorosa quel tanto che basta a tenere gli animali di casa lontano dalla cucina e, soprattutto, rapida. insomma, meriterebbe una giornata tutta per lei, ecco.

va bene, detto questo, passiamo oltre. ieri avevo bisogno di comfort food: giornata pesantissima, al lavoro, di quelle in cui ti affidano un neonato in crisi di astinenza, per dire, e tu non hai neanche il tempo di farti domande (ma le risposte te le dai, eccome, e non ne esce bene nessuno) e torni a casa che vorresti solo un bagno caldo, il pigiama e la mamma (o, meglio ancora, la nonna) che ti porti uno dei tuoi piatti preferiti e un sorriso. solo che, quando arrivi a casa, la mamma (perchè le nonne, ormai, ce le siamo giocate tutte e due) ti saluta di corsa, perchè è stanca di gestirti i figli, che ti molla tendenzialmente isterici e litigosi assai. ciao, bagno caldo. ciao, coccole. ti infili in doccia solo per toglierti di dosso l’odore del giorno ed esci per vestire i panni della mamma perfetta.

ma volevo qualcosa di caldo, buono, consolatorio, uno di quei piatti che ti portano indietro nel tempo, quando eri solo quella da coccolare. ci sono quattro ingredienti che – soli – possiedono la capacità di riportarmi lì: il latte, le uova, il riso, le patate. non insieme. o insieme, ma non tutti insieme. o anche tutti insieme, ma mi sto incartando e mi fermo.

intanto, volevo un dolce. ma non solo. volevo un secondo verduroso, ma potaccioso. e delle uova.

ho preso la pentola a pressione e mi sono lanciata nel comfort food per eccellenza (assieme alla crema calda in tazza, ma quella un’altra volta), quello che o si ama (io lo amo) o si odia (Lui: pare che sua mamma, una volta trovato qualcosa che le veniva bene, lo rifacesse all’eccesso. si narra che i quattro fratelli mangiassero lo stesso piatto per mesi, poracci): il risolatte. ma diverso, perchè mi sentivo “esotica”, quindi, un

RISOLATTTE CON MELA aka VOMITINO

l’aspetto, in effetti, era quello, come carinamente mi hanno fatto notare i miei figli. ecco perchè questa ricetta non avrà foto. oh. (però, se lo fate, non aspettatevi che venga bello, eh?! buono sì, molto, ma bello no, neanche un po’).

prendete una mela, la più triste tra le mele che avete nel piatto della frutta. la mia era rossa. e triste, molto, e rugosa. l’ho lavata e tagliata a pezzetti, senza sbucciarla (perchè era bio e perchè, nella mia assoluta insiepienza, avevo deciso che il rosso sarebbe rimasto rosso. illusa). l’ho messa nella pentola a pressione con 200 g di riso arborio, 700 ml di latte, 3 cucchiai di miele millefiori e 1 pizzico di sale fino. bella mescolata, chiuso tutto e cotto per 10 minuti dal fischio.

delizioso. marroncino vomito, ma delizioso. da mangiare tiepido.

visto il risultato (esteticamente non perfetto, lo ammetto), il Mio Grande ha iniziato a rognare che lui quella pappetta lì non l’avrebbe mangiata e perchè non fai qualche dolcetto più sfizioso e di qua e di là.

due palle. non avevo nè il tempo nè la voglia di far dolci (tra l’altro, mancava ancora tutto il resto della cena ed era tardi). che palle. ho preso un pandoro, che Lui, che dello spirito del Natale coglie solo il lato mangereccio (è il fratello del Grinch, praticamente) aveva comprato. l’ho aperto e tagliato a stelle. infornate le stelle a 100° per una ventina di minuti e farete felice il più rompiballe degli adolescenti con i

PANDOROTTI

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vi consiglio di tagliarli a spicchietti, una volta biscottati.

mancava, però, si diceva, il resto della cena.

ho preso il Mio Piccolo e l’ho messo a pelar patate. due, ma belle grosse. intanto, dopo aver rischiato l’ustione lavando la pentola a pressione, curavo due carciofi, belli grossi pure quelli. li ho tagliati a tocchetti, rosolati con poco olio d’oliva, spolverizzati con un cucchiaino scarso di dado granulare e coperti con mezza tazzina da caffè di acqua. ho chiuso e cotto 5 minuti dal fischio.

fantastici

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li abbiamo mangiati con le uova, abilmente strapazzate dal Mio Grande (costretto a forza ad allontanarsi da whatsapp).

insomma, alla fine, i miei comfort food li ho avuti.

mancava la crema, però…

come matrigna faccio forse un po’ cagare

da qualche mese a questa parte, il Suo Grande mi sta allegramente sui maroni.

sì, lo so che dovrei dire quanto sia bello essere una famiglia allargata e raccontarvi di quando la Sua Piccola arriva con l’adesivo della nutella preso per me (e cosa c’è scritto non ve lo dico neanche, se no, tra dolcezze e nutella, poi, la glicemia…) mentre era al supermercato con sua mamma o di quando becco lei e il Mio Piccolo accovacciati sul quadernone di inglese di lei, perchè, mentre lei copia le parole, lui fa, accanto, il disegnino o di quando il Mio Grande l’accompagna alle prove dello spettacolo di danza caricata sul portapacchi della bici. lo so, sarebbe più carino. invece no: vi racconto di quanto mi stia sulle palle lui.

mi sta sulle palle perchè ci guarda tutti dall’alto in basso. mi sta sulle palle perchè tratta a pesci in faccia suo padre, che ci soffre, ma che si trattiene perchè poverino sta entrando nell’adolescenza. mi sta sulle palle perchè non studia una beata fava (è francese), piglia una caterva di 4 (alle medie) e va a nascondersi dietro le spalle di quell’oca di sua mamma, che ha altro a cui pensare e spiega che è colpa dei professori che non lo capiscono (peccato che, poi, quando sta con il papà e studia, prende 7 e 8 in serenità). mi sta sulle palle perchè è sempre in cerca di beccare in fallo suo padre, me, sua sorella, i miei figli. tutti. qualsiasi cosa facciamo

lo so, ha 13 anni, ha una mamma che si ubriaca tutte le sere col suo compagno e lo lascia solo tutto il giorno a casa (ma anche sua sorella è nelle stesse condizioni, con l’aggravante di avere qualche anno di meno), ma mi fa girare le palle che non sappia indirizzare la sua rabbia sulla persona giusta, che spari a raffica su tutti noi e che passi le sue giornate davanti a programmi anencefalici su MTV o giocando con il cellulare, perchè fare sport è da sfigati, suonare uno strumento è da sfigati, studiare è da sfigati, leggere è da sfigati. sa vita, morte e miracoli dei concorrenti di tutti i reality del mondo e di tutti gli pseudo comici di quella triste trasmissione che è colorado.

e quello che mi fa più girare le palle (è sempre francese) è che io tutte ‘ste cose non riesco a dirle a Lui: nella migliore delle ipotesi, taccio. nella peggiore (cretina!) cerco pure di difenderlo.

:-)

che poi, è strano: tu sei pazza come un cavallo, lui è sempre stato uno posato. lo conosco davvero da una vita, sai? ma, lasciamelo dire, da quando sta con te è una persona nuova. è felice, si vede, è rinato.

insomma, contando che andare avanti è una sfida, è bello sentirsi dire cose così.

 

la fortuna è un fatto di geografia

lampedusa

questo è un blog leggero, cretino, a volte. ma a me ‘ste cose chiudono lo stomaco.

ho un’amica che è arrivata in italia coi barconi, millemila anni fa, dall’albania. è stata fortunata: qui ha trovato un lavoro, l’amore, ora ha una bella famiglia, vive in una bella casa ed è anche riuscita a finire gli studi. un’estate – eravamo al mare assieme – suo figlio piccolo prese un canottino e iniziò a remare verso il largo. ma no!, gli gridò dietro lei, con tutta la fatica che abbiamo fatto a venire in qua, adesso tu torni in albania?!

rideva. poi, però, la sera, mi ha raccontato. un racconto carico di angoscia, di paure che puzzano, di quelle che le senti ancora anni dopo. di lei e il fratello che tagliavano i capelli a zero alla sorellina sedicenne, troppo carina per affrontare un viaggio come quello se non camuffata. a volte, lo sogno ancora. era la sola cosa possibile, la sola salvezza. suo padre era detenuto per motivi politici. ora è qui, vive con lei. ha perso tutti i denti, in carcere, ma non vuole la dentiera perchè i suoi nipoti devono sapere, i suoi figli devono ricordare ogni giorno.

mi chiedo cosa sognassero, da cosa scappassero, cosa abbiano pensato negli ultimi istanti. morire a pochi metri dalla meta, morire nelle acque di uno dei più bei posti del mondo, morire di fame, di disperazione. di sfortuna.