quanto silenzio. non avevo il coraggio di aprirla, questa pagina, per paura del vuoto che ci avrei trovato. è un bel po’ che non torno – è come entrare in una casa con i balconi chiusi, coi mobili coperti di polvere: è sempre casa, ma ti ci senti solo.

e io, in questi tempi, mi sento proprio sola. sola e chiusa – e pure un po’ piena di polvere. respingo i goffi tentativi di aiuto di Lui perchè non può aiutarmi. è un periodo buio – magari riuscirò pure a raccontarvelo, tra un po’ – un periodo in cui vedo il Mio Grande soffrire e non so aiutarlo. un periodo in cui fare la mamma è la cosa più pesante del mondo.

questa mattina, però, un raggio di sole ha illuminato la mia giornata e sono così pochi, ultimamente, che ho deciso di portarlo qui dentro, tra la polvere, coi balconi chiusi. mentre andavamo a scuola, la Canterina, a mano del Mio Piccolo, saltellante e chiusa nel suo mondo come spesso, si è fermata davanti ad un cartellone. bianco, con delle scritte blu: comunicava l’inizio di una serie di conferenze sulla FAMIGLIA. l’ha guardato a lungo, piegando la testa di lato come fa lei. e poi, piano piano, ha letto: “A… M… I…”. ha riconosciuto tre lettere e l’ha fatto di sua spontanea volontà, non perchè spronata dalla maestra, da me, da suo papà, con il miraggio di un premio. e poi i numeri, tutti, quelli delle date degli incontri.

lo so. suona poca cosa. non lo è, non lo è per niente: se la Canterina riuscirà a leggere, a scrivere, potrà superare i problemi di comunicazione che ha. potrà far capire i suoi bisogni anche a chi non conosce i suoi riferimenti, quelli che usa per parlare con noi (spiegalo, tu, alla signora del bar, che “è l’ora del tubby toast” vuol dire che ha fame). oppure, come ha detto, abbracciandola, il Mio Grande, potrà perdersi nel mondo di sogno di qualcun altro, leggendo i libri.

(la canzone, come spesso, non c’entra con quel che ho raccontato. ma solo con quello)

d’altronde, se l’era sposata

dopo di che, per carità, è figlio suo, io ho già i miei da gestire e non son sempre semplici, ma che mi guardi con l’occhio da cocker e mi dica che, sai, poverino, ci teneva tanto, e, in fondo, tra le materie insufficienti (che son sei, n.d.r.) c’è anche inglese e, quindi, hanno deciso, Lui ed Emo, di mandarlo due settimane in inghilterra, quest’estate, coi suoi amichetti del cuore e si aspetti che io non lo guardi con gli occhi fuori dalle orbite, no, eh?!

non ti sembra una buona idea?, mi ha chiesto. no, non mi sembra. se fosse stato mio figlio, avrebbe passato l’estate a studiare quelle 6 materie insufficienti (e non tutte col 5, eh, perchè in storia e in geografia sfoggiamo due 4), non in college (perchè in famiglia si mangia male…) a divertirsi. sì, ma fa 3 ore al giorno di inglese, eh!

lasciamo stare. mi son venute le palle rotanti che neanche a goldrake (o era mazinga? non mi ricordo) e mi son messa a cucinare. e, tutto sommato, meglio così, che avevo la cassetta del GAS da sistemare.

quindi, oggi vi propino un po’ di verdure, che almeno son sane e mi sento più buona.

TOPINAMBUR IN SALSA DI SOIA

ho preso due bei topinambur (due chili me ne han messi in cassetta, ‘sto giro) e li ho tagliati a rotelline, mettendo le rotelline in acqua e limone, perchè non diventassero nere.

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le ho messe in padella con un paio di cucchiai di olio d’oliva e le ho saltate, a fuoco medio, per una decina di minuti, con uno spicchio d’aglio (da togliere prima della fine cottura, se no, si confonde). al momento di salarle, mi è venuto l’estro orientale e l’ho fatto con la salsa tamari.

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ho cotto per qualche altro minuto (meno di dieci, ma, incavolata com’ero, figurarsi se ho tenuto d’occhio l’orologio) e ho ottenuto un contorno buonino buonino.

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ricordano i carciofi, di sapore, i topinambur, ma sono più delicati. se volete provarli… beh, fatevi vivi, che ne ho due chili da smaltire!

mentre i topinambur cuocevano, mi sono data al broccolo fiolaro. il Mio Piccolo ed io adoriamo cavoli e broccoli in tutte le salse e, quindi, qui sì son stata contenta che il GAS ne avesse messi “un sacco e una sporta”. sabato li avevo lavati, divisi in fogliette e scottati e mi sono preparata un grande classico della mia cucina, il

BROCCOLO FIOLARO CON ACCIUGHE E NOCCIOLE

ho messo in padella un bel po’ di filetti di acciuga: un cliente di quelli che non pagano (ahimè, la maggioranza) è tornato nelle terre sue e mi ha portato un vasetto di filetti di acciughe pescate da suo padre: ‘na roba grande! insomma, qualcuno l’ho messo in padella assieme ad uno spicchio di aglio nudo

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e qualche altro su un pezzo di pane, per accompagnare il prosecco che e le chiacchiere con quest’amica qua, che, nel frattempo, era arrivata con mezza famiglia (il figlio grande è in ospedale, di nuovo, a psichiatria, e lei si arrabatta perchè gli altri due figli continuino a sorridere, nonostante tutto). ho aggiunto il broccolo, che avevo lessato (tenendolo un po’ al dente) e sgocciolato per benino

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e ho cotto a fiamma alta per qualche minuto (pochi, davvero). pochi minuti prima di spegnere, ho tolto l’aglio e aggiunto due nocciole che il Mio Piccolo aveva tritato col frullatore piccino (ma che non si vedono).

buono, molto buono.

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l’incazzatura non è passata. che poi, forse, non è nemmeno incazzatura. mi fa rabbia. insomma, la rabbia – allora – non è passata, ma, almeno, abbiamo mangiato bene.

momenti

il Mio Grande oggi avrà la pagella. la prima del liceo. e avrà una grossa delusione, perchè il Compagno di Banco, quello che è con lui dalla prima elementare, oggi molla. ha paura di non farcela, ha scelto – dice – una scuola troppo difficile per lui. hanno passato due giorni a discutere, a litigare, anche, perchè il Mio Grande non lo accettava, gli diceva che, se i prof. son positivi, se i voti hanno cominciato a salire, allora non si molla, allora ce la fai. continueranno a volersi bene, sono sicura, ma è dura accettare le sconfitte degli altri.

anche il Suo Grande oggi avrà la pagella. e suo padre comincia ad arrendersi all’idea che sarà bocciato. in seconda media. e qui quella che si incazza sono io, perchè farei la guerra, perchè Emo non accetta le ripetizioni, e ci si trova che quel poveretto studia come un ebete tre giorni e poi non studia più niente per altri dieci. e si va dal 7, se viene interrogato in quei tre giorni, al 2, se capita negli altri, che pare il monitoraggio delle contrazioni.

poi ci sono i due piccoli, il Mio e la Sua, che non capiscono perchè ci sia tutta quest’aria di guerra, che, per loro, la pagella è comunque un momento di festa, beate elementari.

insomma, uffa.

Santa Proserpina!

io quel momento lì me lo ricordo ancora. la prof di greco girava tra i banchi, con quell’anda da prefica al seguito del feretro che assumeva nei giorni di compito in classe, a consegnare a ciascuno la fotocopia con la versione. a faccia in giù: avremmo potuto girarla soltanto al suo “via”, dopo che tutti l’avessero avuta sul banco.

via.

ésti dé pàsa pòlis ek te toù poioù kaì posoù“, cominciava. un brivido. il fiato sospeso mentre con gli occhi scorrevo il resto del testo. aristotele, cazzo! sì! aristotele, caro da dio, quello stesso aristotele che avevo tradotto il giorno prima, per prepararmi!

son cose che si ricordano. sono momenti in cui credi ciecamente che esista Qualcuno, lassù, e che a quel Qualcuno, quel giorno, tu stia particolarmente simpatico. amavo il greco, ma la tranquillità del saper già, la possibilità di sfumare la traduzione per renderla ancora più calzante… ah, che sensazione!

il Mio Grande il greco non lo fa: ha scelto lo scientifico, ripromettendosi (perchè lo ispirava parecchio) di studiarlo per conto suo (e qui, essendo lui un ragazzino normale, di quelli che studio sì, ma gioco a basket, vado in giro con gli amici, magri leggo un po’ e suono pure la chitarra, guardo la tivu e smanetto col cellu, le risate si sprecano), ma fa il latino e ci si diverte pure (per il momento, ma, se il sangue non è acqua).

bontà sua (perchè lui studia da solo – e fa benone, ma, se magari ogni tanto mi raccontasse cosa, sarei anche contenta, giusto per sapere), mi ha chiesto aiuto per prepararsi al primo compito “serio” di latino ed io, armata di santa pazienza e inorgoglita del ruolo di sapiente graziosamente attribuitomi, mi son messa a cercare un paio di versioncine da usare come palestra.

beh, reggetevi forte: ho beccato la versione del compito!

pare che, adesso, Mamma Yogini vada per la maggiore. e, per la verifica fissata tra due settimane, ci son già un bel po’ di ragazzini che vogliono venire a studiare con me!

la Giuliana e gli appunti di storia

mi ricordo che stavo mangiando il caffè latte col pan biscotto… guarda te, che cose ti ricordi… il mio papà ascoltava il giornale radio: hanno detto “longarone non c’è più”.

longarone non c’è più. hanno detto così? cazzo. cos’hai pensato?

che la Giuliana abitava lì. studiava qui, con me. viveva in collegio dalle suore, ma era tornata a casa perchè stava male. le avevo mandato gli appunti di storia il giorno prima, con sua sorella grande, che tornava a longarone in treno. ho pensato solo questo: la Giuliana – i miei appunti.

non l’hanno più ritrovata. lei e molti altri.

cinquant’anni fa, a quest’ora, il mondo scopriva che longarone non c’era più. il mondo e noi veneti, parte dei quali avevano amici e parenti lì. ieri sera ho fatto vedere al Mio Grande il film Vajont – la diga del disonore. un pugno nello stomaco (pure lui, adolescente anaconda in fase cretina, mi si è raggomitolato contro, sul divano), ma credo fosse giusto. la natura è crudele, è vero, ma ‘sta volta la natura non c’entrava niente: è stata l’ingordigia, la superficialità, l’ipertrofia dell’ego di certi personaggi a cancellare 2105 persone dalla faccia della terra. e io credo che gli adulti del futuro debbano sapere, ricordare. e debbano anche vergognarsi un po’, quando i titoli di coda ricordano che i colpevoli di tutto questo si son fatti un anno di carcere e bona lì.

guardatelo, se non l’avete visto. (peccato solo che Tina Merlin parlasse in romano).

intermezzo

in mezzo a tutto questo casino, in mezzo a quest’attesa che pesa, anche se fai finta di lavorare per non pensarci troppo, in mezzo a questi sensi di colpa che soffocano anche te, perchè lo sai che non puoi portarteli a casa tutti, i tuoi “tosetti”, ma vorresti e ti chiedi se non avresti potuto fare di più per lei, che non una visita due volte al mese e gli orecchini per la promozione e la sciarpina carina perchè ricomincia la scuola e vuoi augurarle di sentirsi più bella in mezzo agli altri, in mezzo a tutto questo casino riesco solo a pensare a questo, nota per nota.

quel buio profondo

si è messa la sveglia alle 4 del mattino. ha scritto: “scusami, nonna, non è colpa della scuola, è che non voglio più vivere” e ha inghiottito tutto quello che è riuscita a trovare in casa. e, in una casa in cui vivono una nonna ipertesa, un nonno cardiopatico e una ragazzina depressa, di farmaci se ne trovano a bizzeffe. per fortuna, non sentendola tornare dal bagno, Anchetropporesponsabile, sua sorella, si è alzata, per andare a vedere se stesse bene.

ora Solasoletta, una delle mie ragazzine, è in coma farmacologico, dopo che con lavande gastriche, gastroscopie e schifezzuole del genere, si è cercato di eliminare il più possibile l’enorme dose di veleni che si era messa in corpo.

Solasoletta sola non lo è. è stata tolta ad una famiglia piena di problemi, che, però, l’aveva di fatto già abbandonata dai nonni anni fa, e affidata, con la sorella quasi maggiorenne, a due nonni bravi, forti, affettuosi, i nonni che l’avevano cresciuta. non è sola, ma ci si è sempre sentita.

son tornata ora dall’ospedale, perchè, giustamente, fuori dalla rianimazione in tanti non ci vogliono. ha un anno più del Mio Grande. è brava a scuola. ha avuto bisogno di aiuto quando il papà e la mamma le hanno dimostrato in maniera inequivocabile di non essere in grado di badare a lei, ma sembrava che, con le pastiglie che prendeva, fosse tornata quella di prima. mi chiedo in che buio profondo sia sprofondata, quanto sola debba essersi sentita per decidere che quella era la sola via d’uscita. sono così fragili i ragazzini – o forse siamo tutti tanto fragili, solo che c’è un’età in cui hai più tempo per fermarti a pensarci, più incoscienza, più coraggio.

stringi i pugni, Solasoletta, stringi i pugni, che noi siamo qui che tifiamo per te.