beata gioventù

sul suo letto giacciono, rassegnati, un paio di jeans blu chiari, un paio di cargo grigio chiaro, la camicia scozzese blu e grigio (con dentro una maglietta blu nike, che suppongo debba fare da sfondo alla camicia, che si usa rigorosamente aperta), una maglietta grigio scura con lattina di birra, una maglietta bianca (che c’azzecca?) e l’immancabile tenuta da basket (che, però, suppongo sia destinata a finire nella sacca per l’allenamento di ‘sta sera). lui se ne sta appollaiato per terra, cellulare all’orecchio e pallina da tennis che va e viene dalla sua mano al muro, parlando col suo migliore amico di sempre (che il destino ha voluto finisse in classe con lui anche ‘sto giro).

succede che, tra un paio di giorni, il Mio Grande inizi il liceo. pare che la cosa più importante di questo giorno (ma mia mamma giura che fossi così anch’io) sia decidere come vestirsi.

in compenso, suo fratello, il Mio Piccolo, ha deciso che lui, quest’anno, con quelle due stronze (parole sue, riferite alle maestre) a scuola non ci va. e, conoscendolo, so che mi aspetteranno troppe mattine di guerra.

siamo solo al 9 di settembre. non so mica se ce la faccio.

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no, e adesso che si fa?

poi ci sono loro, la coppia perfetta, ma perfetta davvero, di quelli che si ritagliano ancora gli spazi per loro, dopo 25 anni che stanno assieme, di quelli che si scazzano, ma si parlano, si chiariscono e si amano ancora dopo tutta una vita. come i miei genitori, insomma, ma con 25 anni di meno. lei è l’amica che c’è sempre stata: c’era nei momenti luminosi e in quelli più bui. e in quelli così, pure. e quella a cui, quella sera, ho scritto un sms: “mi vuoi domani sera a cena? ti presento mio moroso”, per poi presentarmi alla sua porta, con Lui, e vederle cadere la mandibola, vedendo che il moroso da “presentare” era Lui. lei è la Longa, lui, suo marito, il Ciccio.

l’altra sera mi chiama la Longa. sera… era quasi l’una, ma tra noi è normale. ho bisogno di un posto dove dormire, mi dice, mi separo, non posso più stare con lui, mi sento morire, sono una schiava in casa mia. gelo. che succede? no, vengo, ma vengo solo se non mi chiedi. è giusto che te ne parliamo assieme, sei amica anche di Ciccio. ora ho solo bisogno della mia amica perchè non so dove andare a dormire.

passiamo la notte a bere birra e guardare vecchi film in tivu. senza parlare. un’aria pesante che si taglia col coltello.

al mattino se ne va. se hai bisogno, il letto te lo lascio fatto, eh?

non torna. mi manda un sms: ci sentiamo domani, passo da te nel tardo pomeriggio con il Ciccio.

ok. solo che, poi, mi chiama lui, dal cellulare di lei. è imbarazzatissimo. mi vergogno, dice, non so da che parte cominciare. gli dico comincia, brutto deficiente, cosa cazzo hai combinato per ridurla così? hai un’altra?

piange. non ha un’altra, non ha mai nemmeno pensato di averla un’altra, lo sai che io amo lei, da sempre. è la Longa che ha sbarellato. è riuscito a portarla da uno psichiatra, quella mattina. è depressa. molto. le ha dato dei farmaci. pesanti. che lei non vuol prendere, perchè “non è pazza”. non è pazza no, signora, le ha detto, è solo malata: se avesse la febbre la tachipirina la prenderebbe, no? e ha detto al Ciccio di non lasciarla mai sola. solo che, poi, al Ciccio scappava la popò. oh, capita, eh? è andato in bagno. lei è scappata.

abbiamo passato otto ore a cercarla in giro per la città, io, lui, suo fratello, lasciando mia mamma a casa mia e la sorella di lei a casa sua, che non si sa mai, se torna. otto ore a sentirci di continuo con il cellulare, sono stata qui, hai provato in quel parco?, cercando di non pensare a quello che sarebbe potuto succedere.

poi, è tornata. è arrivata a casa che era quasi mezzanotte. ha detto di essere stata da me. il Ciccio, scegliendo di giocare la carta del “se non sa che la Yogini sa, forse con lei parla”, ha taciuto.

solo che, ora, non parla più nemmeno con me. mi ha scritto “non sto bene ci sentiamo”. così, senza nemmeno i punti, lei che è mia amica proprio perchè è logorroica come me.

e adesso?

 

fa un po’ impressione

ha ancora la vocina (mica come il suo amico del cuore, che alterna acuti degni dello stridio dell’aquila reale a bassi tra i più bassi della scala di basso), ha la pelle del viso ancora liscia liscia, come quella di un bambino e, a dirla tutta, anche dopo due ore di allenamento gli puoi star vicino senza rischiare l’intossicazione. però sta crescendo. non lo sa – e questo è il dramma -, ma sta crescendo. il che vuol dire che si ribella, ma poi mi cerca, per farsi coccolare. che piange per la rabbia, ma fa discorsi da grande e io un po’ mi imbrodo a sentirlo parlare di ungaretti come se quei periodi li avesse vissuti, come se li capisse davvero. ero così anch’io, con la testa piena di confusione, di sogni, di ideali. e di paure. tante. perchè ti senti invincibile, a quell’età, ma hai paura anche della tua ombra, perchè sei fragile, perchè basta davvero poco a far crollare tutto il tuo meraviglioso castello di carte (e lo so bene, ora, che ci lavoro in mezzo). è strano: sono tre anni che è in quella scuola che è stata la mia e oggi, per la prima volta, ho rivisto quegli spazi con gli occhi di allora, con la testa di allora. erano tutti lì, in cortile, nei corridoi, per la ricreazione, e io ero lì, con elena, chicco, chepu, lirene (tutto attaccato). come se fosse oggi. e son passati secoli, se oggi mio figlio è lì che, non sapendosi osservato, ride con due amici, col libro di geografia aperto sulle ginocchia, che forse interroga. fa un po’ impressione. erano i miei posti – io, ora, non c’entro più. è tutto uguale, ma non lo sono più io. e lui nemmeno, perchè è il mio bambino, quello che portavo nella fascia, legato al petto, quello sul lettino dell’ospedale, un attimo prima dell’anestesia, quello della prima tenuta da basket, con i pantaloncini così piccoli, quello dei disegni con gli errori nella didascalia, quello che ballava per strada con me, quello delle parole storpiate, delle gare in bicicletta con gli amichetti intorno alla siepe. e adesso è lì e studia e ha scelto la scuola del “cosa farò da grande” e la sua prof mi dice che le fa sempre un po’ male lasciarli andare.

il mio bambino sta diventando grande. ha gli esami, tra due mesi (anche se l’ansia, per ora, prende solo me, se ci penso), poi sarà il liceo, il decollo verso la vita dei grandi. perchè io mi sentivo grande, al liceo, me lo ricordo bene, anche se ora, a vederli uscire da scuola, mi fanno tenerezza come tutti gli altri “bambini”.

fa un po’ impressione, ecco. tutto qui.

 

viaggi

poi partecipi a un giochino del cavolo, su faccialibro, per sensibilizzare l’opinione pubblica sul mese della prevenzione del cancro al seno.

starò tot mesi nella tale città in culo al mondo“, scrivi, tranquilla e beata.

arrivi a casa. arriva Lui. ha un muso da qui a napoli e ritorno, ma non hai proprio palle, ‘sta sera, di intavolare discussioni su Emo. bluffi, quindi, fingi indifferenza e ti metti ai fornelli canticchiando e facendo la cretina sopra le righe, nel disperato tentativo di strappargli un sorriso.

poi suona il cellu. uotsapp. la Zia Teatrante chiede: “come va?“. strano, di solito non è che si faccia viva per chiedere come va… che debba chiedere un favore a suo fratello e le serva l’intercessione? rispondo.

bene, ciao!

e mio fratello?

muso lunghissimo.

beh, un po’ lo capisco… potevi almeno dirglielo, prima, no?

l’ho chiamata, non capivo. insomma, aveva letto su fb che me ne sarei andata all’estero e aveva chiamato Lui per chiedergli chiarimenti. Lui, che su fb non c’è, era caduto dal pero ed era entrato in modalità depressa. l’avermi poi visto garrula e saltellante aveva consolidato in Lui l’orrenda certezza: me ne sarei andata (anche per un numero di mesi parecchio considerevole), ero felice di farlo e non avevo nessuna intenzione di metterlo a parte del mio segreto (del quale avevo messo a parte il mondo, invece, via rete).

chiedermi spiegazioni, però, gli pareva brutto!

 

cosa c’è che non va?

niente.

non è vero: guarda che occhi che hai! cosa c’è?

niente. hai visto?, baciandomi, il vigliacco, per cambiar discorso, il gatto sta dando la caccia a una zanzara! non pensavo ci vedessero così bene!

hai mai visto un gatto con gli occhiali, amore? dai, piantala: dimmi cos’hai!

niente, sono solo stanco.

non è giusto, cazzo. non è giusto che, quando sono io quella che ha l’aria strana, mi tontoni a morte, finchè non apro il cuore, e quando, invece, l’occhio strano ce l’hai tu, mi devo accontentare di un niente. e farmi le pare, perchè lo sai che sono così, e pensare mille milioni di volte che ci siamo, che quella che sembrava la storia perfetta così perfetta non è, che, forse, presto mi dirai che esci a cena con i colleghi, come hai fatto la prima volta che mi hai portata fuori e che avevi una “mezza storia” con un’altra, che siamo alla fine, che Noi non ci sarà più.

e poi sentirti scoppiare a piangere, di notte, e abbracciarti e scoprire che quello che non va è che avevi chiesto ad Emo se potevi tenere i bambini, ieri pomeriggio, e lei ti ha detto di no, che aveva invitato delle amiche con figli, e poi, mentre venivi a casa mia, hai visto il Tuo Grande e la Tua Piccola tornare a casa con l’Americano che, ignaro delle bugie della sua compagna, ti ha spiegato che li aveva tenuti lui, al suo locale, tutto il pomeriggio, a fare i compiti e giocare con il diesse, e che non capisci perchè lei non ti lasci passare più tempo coi tuoi figli.