Quelli allucinogeni li avevano finiti

e mi è toccato consolarmi coi funghi semplici. che poi, funghi… gli champignon a casa mia non venivano nemmeno considerati funghi, ma nella cassetta del GAS quelli c’erano. e io c’ho dato dentro – sfogo sul cibo il cattivo umore.
ho preso una sbrancata di pallidi funghetti: curati e puliti pesavano 350g

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li ho tagliati a fettine

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e li ho messi in una pentola a bordi alti, assieme a 2 cucchiai di olio evo e a poco prezzemolo (solo perché non ne avevo altro… io adoro il prezzemolo! )

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li ho scottati a fiamma alta per qualche minuto, poi ho abbassato il fuoco e ho unito 1 cucchiaio di farina integrale

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perché integrale? perché il vaso della farina integrale era a portata di mano. avrei voluto mettere la maizena, ma era finita… va be’, ho mescolato la farina ai funghi e l’ho fatta tostare per un paio di minuti. poi ho unito 1 dado e 600 ml di acqua

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ho coperto, ho messo il fuoco a fiamma media e ho cotto per una decina di minuti.

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l’aspetto era quasi cotto, ma un po ‘ tristanzuolo. ho unito un bicchiere di latte e un pizzico di sale e ho lasciato sobbollire ancora un paio di minuti.

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nel frattempo, mi sono aperta il mio vinello preferito per riscaldare il mio povero animo triste
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(qui la foto dei poveri resti)
il tempo di verificare che fosse sempre buono come ricordavo e l’intruglio funghesco aveva raggiunto una temperatura accettabile anche per una lingua non ricoperta di amianto.
ho minipimerizzato l’intruglio, ottenendo un’ottima crema di champignon.
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mangiata calda, con pepe e prezzemolo appena tritato ha decisamente un suo perché.

come matrigna faccio forse un po’ cagare

da qualche mese a questa parte, il Suo Grande mi sta allegramente sui maroni.

sì, lo so che dovrei dire quanto sia bello essere una famiglia allargata e raccontarvi di quando la Sua Piccola arriva con l’adesivo della nutella preso per me (e cosa c’è scritto non ve lo dico neanche, se no, tra dolcezze e nutella, poi, la glicemia…) mentre era al supermercato con sua mamma o di quando becco lei e il Mio Piccolo accovacciati sul quadernone di inglese di lei, perchè, mentre lei copia le parole, lui fa, accanto, il disegnino o di quando il Mio Grande l’accompagna alle prove dello spettacolo di danza caricata sul portapacchi della bici. lo so, sarebbe più carino. invece no: vi racconto di quanto mi stia sulle palle lui.

mi sta sulle palle perchè ci guarda tutti dall’alto in basso. mi sta sulle palle perchè tratta a pesci in faccia suo padre, che ci soffre, ma che si trattiene perchè poverino sta entrando nell’adolescenza. mi sta sulle palle perchè non studia una beata fava (è francese), piglia una caterva di 4 (alle medie) e va a nascondersi dietro le spalle di quell’oca di sua mamma, che ha altro a cui pensare e spiega che è colpa dei professori che non lo capiscono (peccato che, poi, quando sta con il papà e studia, prende 7 e 8 in serenità). mi sta sulle palle perchè è sempre in cerca di beccare in fallo suo padre, me, sua sorella, i miei figli. tutti. qualsiasi cosa facciamo

lo so, ha 13 anni, ha una mamma che si ubriaca tutte le sere col suo compagno e lo lascia solo tutto il giorno a casa (ma anche sua sorella è nelle stesse condizioni, con l’aggravante di avere qualche anno di meno), ma mi fa girare le palle che non sappia indirizzare la sua rabbia sulla persona giusta, che spari a raffica su tutti noi e che passi le sue giornate davanti a programmi anencefalici su MTV o giocando con il cellulare, perchè fare sport è da sfigati, suonare uno strumento è da sfigati, studiare è da sfigati, leggere è da sfigati. sa vita, morte e miracoli dei concorrenti di tutti i reality del mondo e di tutti gli pseudo comici di quella triste trasmissione che è colorado.

e quello che mi fa più girare le palle (è sempre francese) è che io tutte ‘ste cose non riesco a dirle a Lui: nella migliore delle ipotesi, taccio. nella peggiore (cretina!) cerco pure di difenderlo.

Santa Proserpina!

io quel momento lì me lo ricordo ancora. la prof di greco girava tra i banchi, con quell’anda da prefica al seguito del feretro che assumeva nei giorni di compito in classe, a consegnare a ciascuno la fotocopia con la versione. a faccia in giù: avremmo potuto girarla soltanto al suo “via”, dopo che tutti l’avessero avuta sul banco.

via.

ésti dé pàsa pòlis ek te toù poioù kaì posoù“, cominciava. un brivido. il fiato sospeso mentre con gli occhi scorrevo il resto del testo. aristotele, cazzo! sì! aristotele, caro da dio, quello stesso aristotele che avevo tradotto il giorno prima, per prepararmi!

son cose che si ricordano. sono momenti in cui credi ciecamente che esista Qualcuno, lassù, e che a quel Qualcuno, quel giorno, tu stia particolarmente simpatico. amavo il greco, ma la tranquillità del saper già, la possibilità di sfumare la traduzione per renderla ancora più calzante… ah, che sensazione!

il Mio Grande il greco non lo fa: ha scelto lo scientifico, ripromettendosi (perchè lo ispirava parecchio) di studiarlo per conto suo (e qui, essendo lui un ragazzino normale, di quelli che studio sì, ma gioco a basket, vado in giro con gli amici, magri leggo un po’ e suono pure la chitarra, guardo la tivu e smanetto col cellu, le risate si sprecano), ma fa il latino e ci si diverte pure (per il momento, ma, se il sangue non è acqua).

bontà sua (perchè lui studia da solo – e fa benone, ma, se magari ogni tanto mi raccontasse cosa, sarei anche contenta, giusto per sapere), mi ha chiesto aiuto per prepararsi al primo compito “serio” di latino ed io, armata di santa pazienza e inorgoglita del ruolo di sapiente graziosamente attribuitomi, mi son messa a cercare un paio di versioncine da usare come palestra.

beh, reggetevi forte: ho beccato la versione del compito!

pare che, adesso, Mamma Yogini vada per la maggiore. e, per la verifica fissata tra due settimane, ci son già un bel po’ di ragazzini che vogliono venire a studiare con me!

i cordoni della borsa

io non so se credo in dio. ci ho creduto, poi la vita mi ha preso a schiaffi un bel po’ di volte, togliendomi persone che amavo, ferendone profondamente altre. adesso non lo so se ci credo. diciamo che, più che atea, sono un’agnostica speranzosa: ci sono cose, ci sono momenti, nella vita, che mi fanno pensare – sperare – che non possa essere tutto qui. in altri, però, mi dico davvero che tutto dev’essere legato al caso, se no, certe cose non succederebbero.

per questo, stamattina, mi sentivo parecchio ipocrita ad essere lì http://www.adnkronos.com/IGN/News/Cronaca/Papa-labbraccio-di-Francesco-a-tremila-malati-affetti-da-malattie-rare_32857680876.html

ma, per la Canterina, questo ed altro (e poi, vi confesso che quell’uomo mi piace, per il momento).

detto questo, pur continuando a sperare che Lui ci sia, che fosse solo molto distratto, ma che, adesso che il Suo emissario in terra ci ha incontrati, decida di guardare anche ai malati di malattie genetiche rare, decida che lo scherzo è durato abbastanza e che, da adesso, tutto girerà per il verso giusto, trovo che sia giusto confidare nella scienza. in tutti quei ricercatori che studiano, che cercano una spiegazione, una soluzione, una cura.

quindi, amici cari, son venuta a batter cassa: allentate i cordoni della borsa: la malattia della Canterina non sarà di certo tra le prime che riceveranno i fondi telethon (nella sfiga, ne abbiamo scelta una che è proprio proprio rara), ma, chissà, se i fondi abbondassero…