quel buio profondo

si è messa la sveglia alle 4 del mattino. ha scritto: “scusami, nonna, non è colpa della scuola, è che non voglio più vivere” e ha inghiottito tutto quello che è riuscita a trovare in casa. e, in una casa in cui vivono una nonna ipertesa, un nonno cardiopatico e una ragazzina depressa, di farmaci se ne trovano a bizzeffe. per fortuna, non sentendola tornare dal bagno, Anchetropporesponsabile, sua sorella, si è alzata, per andare a vedere se stesse bene.

ora Solasoletta, una delle mie ragazzine, è in coma farmacologico, dopo che con lavande gastriche, gastroscopie e schifezzuole del genere, si è cercato di eliminare il più possibile l’enorme dose di veleni che si era messa in corpo.

Solasoletta sola non lo è. è stata tolta ad una famiglia piena di problemi, che, però, l’aveva di fatto già abbandonata dai nonni anni fa, e affidata, con la sorella quasi maggiorenne, a due nonni bravi, forti, affettuosi, i nonni che l’avevano cresciuta. non è sola, ma ci si è sempre sentita.

son tornata ora dall’ospedale, perchè, giustamente, fuori dalla rianimazione in tanti non ci vogliono. ha un anno più del Mio Grande. è brava a scuola. ha avuto bisogno di aiuto quando il papà e la mamma le hanno dimostrato in maniera inequivocabile di non essere in grado di badare a lei, ma sembrava che, con le pastiglie che prendeva, fosse tornata quella di prima. mi chiedo in che buio profondo sia sprofondata, quanto sola debba essersi sentita per decidere che quella era la sola via d’uscita. sono così fragili i ragazzini – o forse siamo tutti tanto fragili, solo che c’è un’età in cui hai più tempo per fermarti a pensarci, più incoscienza, più coraggio.

stringi i pugni, Solasoletta, stringi i pugni, che noi siamo qui che tifiamo per te.

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la sagrada familia e il ruolo della donna nella società moderna

ci ha spiegato che la sua azienda si schiera accanto alla “famiglia sacrale” e che gli omosessuali possono fare quello che vogliono “senza recare disturbo”.

ora, io la sua pasta non la mangio, di norma. non per motivi ideologici, ma perchè mi piace meno di altre. diciamo che la compro se sono in vacanza all’estero, perchè altro, fuori di qui, non si trova. mangio i suoi biscotti (no, io no, chè non sono molto biscottara, ma i miei figli sì), non di preferenza (anche qui, ci piacciono di più i novellini o le gocciole), ma li mangio. sorvolando sul gusto, però, che un personaggio che dirige una delle aziende più grosse in italia (nel mondo? forse, anche) si permetta di dire ‘ste cazzate, mi fa venire l’eczema.

non faccio parte di una famiglia sacrale. mi ero anche sposata in chiesa, ma ora mi ritrovo a far parte di una famiglia composta da mamma, figlio e figlio. e, per parte della settimana da mamma, figlio, figlio e papà con figlio e figlia. mamma e papà, però, sono mamma per due e papà per gli altri due. non siamo i soli. accanto a me vive un’altra famiglia a metà, di fronte un’altra. sulle famiglie degli amici dei miei figli sorvolo, perchè credo che i non sacrali battano i sacrali alla grande. sopra di me, invece, vivono due belle donne che si amano e che non possono adottare perchè in italia si preferisce lasciare i bambini in casa famiglia, piuttosto che lasciare che siano adottati da genitori gay o da genitori single. scelte. scelte che non condivido, ma che resteranno in vigore finchè ci sarà qualcuno che la pensa come quel simpatico capellone che fa la pasta blu con l’etichetta rossa e bianca.

lo ascoltavo, mentre parlava (ero in macchina: ho pure rischiato di finire contro il bus, per colpa sua), e mi veniva l’eczema dappertutto.

sì, perchè, in mezzo a queste due simpaticissime, bigotte, omofobe cazzate, ha sentito il bisogno anche di parlare della donna, la donna che è “una persona fondamentale per la pubblicità” e che “in tutti i paesi del mondo è estremamente usata”. usata. usata. usata come si usa un fazzoletto di carta? usata come si usano un paio di mutande? usata. guido, guidino mio, amore della mamma, la mia maestra diceva: “pensa, prima di parlare”. io ti dico, invece, pensa (se ci riesci, perchè il dubbio, mi permetterai, è lecito), poi, dopo che hai pensato, taci, fa’ un piacere.

mi fermo. mi fermo e continuo a grattarmi l’eczema che quel deficiente mi ha fatto venire. e vi lascio con questa meravigliosa risposta:

garofalo1

dovere di cronaca

la Canterina ha iniziato la scuola elementare. ha una dolcissima maestra e un’altrettanto dolce insegnante di sostegno, che l’affianca per tutto il giorno. no, per darvi idea della gravità del suo handicap. la Canterina è bella, molto: è di quelle bambine che attirano l’attenzione, con un viso da pubblicità e lo sguardo sognante. peccato che sia sognante perchè così lo rende l’autismo.

quando a scuola ci andavo io, capitò in classe con me un ragazzo autistico. era enorme – ricordo che la sua stazza fu la prima cosa a colpirmi. quando si arrabbiava, faceva paura: non perchè riversasse la sua rabbia contro di noi (che ci fossimo o meno, in quei momenti, per lui non era importante), ma perchè era così grande, così forte che avevamo paura si facesse del male sbattendo da qualche parte. Lupo, si chiamava Lupo. condividere con lui 8 anni sui banchi di scuola ci ha dato tanto – siamo in molti, ancora adesso, a cercare il modo di andare a trovarlo, a distanza di tanto.

ecco.

in questi giorni, in rete, gira la notizia di una banda di stronzi che han tolto i figli da scuola perchè in classe avevano un compagno autistico. gli auguri che ho mandato a questi geni ve li risparmio, ma, se ne andasse a segno anche solo uno, sarei felice. davvero. il motivo per cui ho scritto di Canterina (che di autismo a solo dei tratti, ma che son tratti pesanti), è perchè in italia, nel mondo, non sono tutti stronzi come quei genitori: Canterina è stata accolta dai suoi compagni con affetto, con dolcezza, con un calore che riesce a farla riemergere dal suo mondo, spesso. quando arriva, ci sono sempre due amichette ad accoglierla: la prendono per mano e a me non resta che seguirla con la sua cartella in spalla, perchè altro ruolo, a quel punto, non ho. all’uscita, c’è sempre qualcuno che la chiama per salutarla, per darle un bacio. e lei, anche lì, esce dal suo mondo, guarda l’amichetto di turno, a volte sorride. l’affetto dei coetanei, la loro partecipazione, il lavoro paziente delle maestre sono una manna per i bambini come lei: l’autismo è una bestia brutta: non fa del male a loro, ma li toglie a noi: tutto quello che porta i nostri bambini ad interagire con il mondo reale è un regalo, un regalo enorme.

di nuovo, ecco.

ho scritto per ringraziare tutti quei bambini che prendono per mano, quegli insegnanti che non si arrendono, quei bidelli che accolgono con un sorriso, quei baristi che imparano che ti piace il succo di albicocca anche se tu lo dici una volta su mille e anche quei genitori che hanno capito che un bambino speciale è una ricchezza, non un freno.

beata gioventù

sul suo letto giacciono, rassegnati, un paio di jeans blu chiari, un paio di cargo grigio chiaro, la camicia scozzese blu e grigio (con dentro una maglietta blu nike, che suppongo debba fare da sfondo alla camicia, che si usa rigorosamente aperta), una maglietta grigio scura con lattina di birra, una maglietta bianca (che c’azzecca?) e l’immancabile tenuta da basket (che, però, suppongo sia destinata a finire nella sacca per l’allenamento di ‘sta sera). lui se ne sta appollaiato per terra, cellulare all’orecchio e pallina da tennis che va e viene dalla sua mano al muro, parlando col suo migliore amico di sempre (che il destino ha voluto finisse in classe con lui anche ‘sto giro).

succede che, tra un paio di giorni, il Mio Grande inizi il liceo. pare che la cosa più importante di questo giorno (ma mia mamma giura che fossi così anch’io) sia decidere come vestirsi.

in compenso, suo fratello, il Mio Piccolo, ha deciso che lui, quest’anno, con quelle due stronze (parole sue, riferite alle maestre) a scuola non ci va. e, conoscendolo, so che mi aspetteranno troppe mattine di guerra.

siamo solo al 9 di settembre. non so mica se ce la faccio.