Hack

E chissà se convincerà anche dio che lui non esiste…
Buon viaggio, grande donna.

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i figli so’ piezz’ ‘e core

ho cenato con un’amica, ieri sera. la mamma di un amico del Mio Grande. è una donna in gamba, separata, risposata, madre di due maschi dal primo e di una femmina dal secondo matrimonio. fa un lavoro di quelli da uomo, insegna in una facoltà di quelle dove le ragazze le vedi col lumicino (e, tendenzialmente, non ti accorgi che son ragazze). è in gamba, mi è sempre piaciuta, tant’è che abbiamo continuato a frequentarci anche dopo che i nostri figli avevano iniziato due scuole medie diverse.

dei tre figli, il più grande ha sempre avuto problemi a scuola. pare abbia iniziato a prendere brutti voti già in quinta elementare, ma lei aveva attribuito il problema al fatto che proprio quell’anno lei e il marito si erano separati. alle medie si era barcamenato senza lode e con molto aiuto da parte prima sua, poi, quando si era resa conto di non essere in grado di farsi ascoltare dal figlio se provava ad insegnargli a studiare, da un insegnante privato. ripetizioni dalla prima media in poi, ripetizioni a manetta atterrato al liceo, ripetizioni che non l’hanno salvato dalla bocciatura al primo anno. il padre, in tutto questo, latitava. diceva di non riuscire ad instaurare un buon rapporto con lui, che sembrava aver preso in toto le parti della mamma nei litigi che nascevano. a settembre, il giovinotto comincia ad avere brutti attacchi di asma. si pensa ad allergie, ma le prove son tutte negative. una sera, la mamma lo porta al pronto soccorso: fatica a respirare, nemmeno i farmaci servono a nulla. glielo restituiscono con una lista di farmaci da far paura, ma sono stati prescritti da uno psichiatra: il giovine ha una brutta forma di depressione: l’asma era psicosomatica, era il suo modo disperato di chiedere aiuto al mondo.

la mamma non molla. si piange addosso le sue lacrime tutte in una volta, poi si tira su le maniche e si rivolge al consultorio di zona, per iniziare un percorso che aiuti il figlio e che aiuti lei ad aiutare lui. il padre rifiuta di andare agli incontri. per mesi, madre e figlio, vanno a parlare con una psicologa, da soli, in coppia, di nuovo soli. la psicologa insiste sulla necessità di vedere il padre, di cui parla pure male davanti al ragazzo, basandosi, suppongo, su quello che madre e figlio possono aver lasciato trapelare. finalmente, tormentato dall’ex moglie, che non vede il ragazzino fare alcun progresso, anche papà decide di andare. va da solo, una prima volta. vanno insieme lui e il figlio, su richiesta della psicologa, la seconda.

e il giovine torna a casa con papà, perchè la psicologa gli ha detto che la fonte di tutti i suoi mali è il rapporto malato che ha con la mamma. è sballottato. la chiama con la voce da pianto, mamma, scusami, ma la psico dice che, se non do un taglio netto, non guarisco e io sto male, mi ha detto che sto male così perchè tu non mi aiuti a guarire, perchè non hai capito che il mio è un caso grave e che lontano da te guarirò.

ora lei non sa che fare. si chiede perchè, se è una mamma tanto di merda, non le tolgano gli altri due figli. si chiede se sia possibile che sia lei la causa di tanto male. si chiede se non fosse giusto che ‘sta psicologa gliene parlasse prima: sono andati da lei per mesi e mai, nemmeno una volta, ‘sta donna ha sollevato il dubbio che il problema potesse essere la mamma, poi va il papà e questa gli dice di portarsi via il ragazzino…

ieri sera ha chiamato su skype. piangeva. gli mancano la mamma e i fratelli (e vedere un ragazzotto quasi diciassettenne piangere perchè gli mancano mamma e fratelli fa strano davvero…). la mamma sorrideva, gli diceva di aver fiducia in sè, che ne verrà fuori, che è forte e ben supportato, che tornerà presto da loro.

quando ha spento, è uscita in terrazza coi conati di vomito.

io oggi chiamo l’Amica Psichiatra, perchè a me, ‘ste psicologhe che si inventano solutori di ogni problema (medico, poi, perchè la diagnosi l’hanno fatta al pronto soccorso, con tanto di pillole e pillolette) mi lasciano un po’ perplessa.

 

facce da esami

che belli che sono. li guardo in cortile, pallidi, ma felici, con l’aria del calzino lavato, ma un calzino contento. hanno avuto fortuna: la loro sezione è stata la prima: con oggi, son finiti gli esami per tutti loro e, adesso, casino!

alla fine, si è scoperto che, quando vuole, il Mio Grande sa essere in gamba: scoperto di essere tra i primi (il presidente ha voluto estrarre la lettera, facendo saltare tutta la “cronologia” che i ragazzi si erano immaginati), si è messo sotto, con l’ansia in giusta dose e con un incredibile grande senso di responsabilità.

ora è lì, di nuovo felicemente cazzone, coi suoi amici, a godersi questi 13 anni finalmente di nuovo leggeri, con un sottofondo di malinconia che emerge di tanto in tanto, perchè adesso, adesso che gli esami son finiti, le loro strade si divideranno. chissà se resteranno amici… qualcuno l’ho mantenuto, io, di amici delle medie, ma pochi davvero: quelli che ancora ho vicino sono arrivati dopo. chissà. non parlano del dopo: ne parlavano fino a pochi giorni fa, ma adesso è un po’ troppo vero per poterne parlare.

state crescendo, ragazzi. stai crescendo pure tu, Mio Grande, che hai finalmente iniziato ad allungarti e che, a sentire il prof, hai fatto davvero un gran buon lavoro anche ‘sta volta.

sono fiera di te. molto. sappilo.

suppeimontiaverdeggiar!

a manina con Leggero, il suo insegnante di sostegno, con il suo zainetto rosso sulle spalle, le treccine e un sorriso enorme, la Canterina è partita con la scuola per la gita conclusiva dell’asilo: due giorni via, da soli, con le maestre. Leggero, sorridente come sempre, ci ha detto che se la sentiva e così, alla fine, si è deciso di lasciarle fare questo passo enorme, questa cosa che mi aveva emozionato quando a partire erano il Mio Grande e il Mio Piccolo e figuriamoci ora. li ho guardati partire, in fila per due verso il pullman (Canterina per tre, perchè con lei c’erano l’amichetta e Leggero), cantando canzoni di montagna. andranno in mezzo a caprette e cavalli, a raccogliere fiori, erbette e ricordi.

ho lo sguardo puntato sul cellulare da un’ora e quarantuno minuti, ma sono così enormemente grata a Leggero e alle maestre che l’hanno lasciata essere parte del gruppo anche in un momento così “da grandi”…

a volte ritornano

pare che gli alieni che me l’avevano rapito, me l’abbiano restituito. non so per quanto tempo – vedendo gli amici più grandi, so per certo che sarà per un tempo limitato, purtroppo -, ma è qui. è tornato lui, quello di prima, il Mio Grande. è tornato un po’ tronfio per il commento della sua prof sulla tesina: quel ragazzi, son tutte un po’ uguali, però… complimenti solo al Mio Grande, che ha fatto un lavoro davvero originale l’ha fatto ingrassare un paio di chili. e a me con lui, perchè rivedere il suo cervello in funzione (anche se, lo so, sarà per poco) fa davvero un bell’effetto.

e, allora, grazie ad E.T. e i suoi amici, che me l’hanno riportato, che hanno lasciato che gli ripartissero le sinapsi, che decidesse di parlare di cose non scontate, che tirasse fuori quel meraviglioso coacervo di interessi che lo contraddistingueva fino a qualche mese (eone?) fa.

bravo, Mio Grande. sono fiera di te, del tuo (solo temporaneamente, lo so) ritrovato cervello.

un paio di occhiali rosa per guardare il mondo

il mio professore di filosofia del liceo, uomo saggio e più volte bastonato dalla sorte, diceva spesso che, per vivere bene, avremmo avuto bisogno di un paio di occhiali rosa attraverso i quali guardare il mondo.

mi è venuto in mente sabato, quando li ho visti. mi son detta che, sì, in effetti, in questo periodo, anche se di occhiali, da vista e non, ne ho per un battaglione, mi servono proprio – e mi son serviti subito. perchè devo averlo amato davvero tanto l’Ex, se ancora oggi mi fa star male vedere che lui sta male. è il rancore che lo fa soffrire, il rancore nei miei confronti, quello stesso rancore che lo porta a vendicarsi sul Mio Grande perchè ce l’ha sotto mano. ma a me fa pena lo stesso. e non c’ho dormito a sapere che era rimasto sotto casa per controllare cosa facessimo, che aveva interrogato il Mio Piccolo per scoprire quanto spesso Lui sia a casa nostra. mi fa male. vorrei che fosse sereno, che avesse qualcuno accanto. o che ci avesse rimpianto prima, che avesse cercato di cambiare allora, quando ancora era possibile. lo guardo, oggi, che gioca con il Mio Piccolo, e mi dico che con il Mio Grande non l’ha fatto mai. mi fa male vedere che inizia a capire. ma ora. e ora è tardi.

alle tre ero in piedi. perfino gli animali di casa mi guardavano storto. mi son rinchiusa nella stanzetta che uso come laboratorio/studio/pensatoio e mi son messa a disegnare, tagliare, cucire, con le cuffie nelle orecchie, per non pensare.

l’idea era di fare un porta pannolini per la mamma di un compagno di classe del Mio Piccolo, che ha appena sfornato un pargolo. questo:

2013-06-02 16.11.07

(il colore è smarrito, ma l’ho fotografato di notte…)

e poi, deposti gli occhiali rosa che mi avevano aiutato, mi son detta che, porelli, non avevano nemmeno una custodia (li ho presi in farmacia: hanno un’agghiacciante scatoletta di plastica trasparente) e allora, via, con gli avanzi del sacco e qualche altro ritaglio (perchè ha l’interno a fiorellini, vi prego di notare la chiccheria!), ho fatto la casetta degli occhiali, foderata con un pezzo di asciugamano ormai distrutto (che ha perso i peletti che vedete sul panno)

2013-06-02 18.17.38

2013-06-03 10.11.54

ci piango ancora, sai.