c’era una volta

una volta c’era lui. non Lui, un altro. che poi, “un altro” è riduttivo: era lui, con i suoi difetti, con i suoi pregi. un amore grande. sbagliato, ma grande. di quelli che lo sai dall’inizio che non porteranno a nulla, ma continui lo stesso a camminarci a fianco. per anni. anni, fatti di giorni di parole, di abbracci. anni fatti di sere, di notti di risate e bicchieri di vino, di sogni che sapevamo non si sarebbero realizzati mai. anni in cui i nostri mondi ruotavano l’uno nell’orbita dell’altro. orbite ellittiche, chè ogni tanto si decideva che era sbagliato, che ci saremmo solo fatti del male, ma senza riuscire mai ad allontanarci più di tanto. non era facile stare insieme, ma lontani no, non si poteva. avremmo, probabilmente, continuato così tutta la vita, se il fato non avesse deciso di metterci lo zampino. il fato, poi… magari è come dice il suo amico: l’ha fatto lui di proposito, per vedere se riusciva a vivere senza di me o a convincere me che non potevo vivere lontana da lui. potevo, invece. e capirlo è stata la boccata d’aria dopo l’apnea, quella stupita, dolorosa, ma vitale. perchè un amore così ci ha dato tanto, ma non avrebbe portato a niente.

sola, ho ritrovato me stessa.

quando è tornato, non c’ero più. c’ero, ma non volevo più esserci: avevo la sensazione di avercela fatta, di essermi liberata da una droga, perchè lo eravamo, l’uno per l’altra. forse temevo che parlarsi avrebbe rovinato quello che era stato – ed era stato tanto. ho finto improbabili impegni di lavoro, millantato emicranie, febbri dei bambini. sono scappata, insomma. volevo restasse il ricordo. o forse avevo paura di ricaderci. sì.

Lui sa. sa quel che gli ho fatto capire, quel poco che gli ho detto – non chiede.

lui, invece, di Lui non sa e, più passa il tempo, meno so come dirglielo.

Ufficio Complicazioni Affari Semplici

me lo ricordo ancora: entrammo in quel corridoio che mi pareva enorme. vi si affacciavano delle finestre enormi, ma alte: non vedevo se non la sommità delle teste di chi era in piedi. si sentiva, in sottofondo, il brusio delle voci dei professori che facevano lezione. a scuola mia, quel giorno, la prof della prima ora era assente e i miei avevano ritenuto fosse bello che andassi anch’io ad iscrivermi al liceo. mia mamma parlava con la segretaria, io mi guardavo in giro, entrando per la prima volta in quegli spazi che mi avrebbero vista ogni giorno, per nove mesi l’anno, per cinque anni.

ora no. ora le iscrizioni alla scuola superiore (e non solo) si fanno on line. da oggi. mi accoglie una paginetta colorata. mi accoglie… piano: mi accoglie quando, al dodicesimo tentativo, riesco ad entrarci. mi spiega che, per iscrivere il Mio Grande, devo registrarmi. parto. la pagina non è disponibile. sovraccarico, penso: fossimo ancora agli anni miei, sarebbe fila davanti alle porte della segreteria. finalmente, si apre il sito per la registrazione: inserisco i miei dati, clicco su “prosegui” e… ta-daaa!! pagina non available. se fossimo ancora agli anni miei, sarei davanti ad una segretaria imbecille. che può succedere, per carità, ma, di solito, anche la più imbecille non si incarta sui tuoi dati anagrafici, no?! riprovo. una, due, tre, cinque volte. arrivo di nuovo alla pagina. non c’è la possibilità di inserire il comune di nascita: mi chiedono di sceglirlo, ma non me lo lasciano fare (prima sì… che abbiano deciso che non gliene frega niente di dove son nata? ci starebbe, anche). stronzi: non mi avrete! ricarico la pagina. non disponibile. cerco di essere zen – sono una yogini, in fondo! ricarico. eccola. mi chiedono il nome di mio nonno materno. mi perdo a ricordare quel nonno da cui ho preso i capelli rossi, che poi erano così bianchi  (i suoi) da parere finti, che raccontava favole meravigliose, di quelle senza capo nè coda, che mi portavano per ore in mondi lontani, quel nonno che rideva sempre, che fingeva di avere dei tic strani per farmi ridere. mi chiedono il nome di mio nonno materno per iscrivere mio figlio a scuola on line. mio nonno, che è morto prima che internet volesse dire qualcosa. chissà se la segretaria ebefrenica mi avrebbe chiesto il nome di mio nonno materno… no! ferma! la lotta è impari: la macchina sta cercando di mandare in corto le mie sinapsi! non ce la farà! mi riprendo: fermo il corso dei pensieri. arrivo ad iscrivermi e mi arriva pure la mail di conferma coi dati. fantastico! la segretaria imbecille pare essersi connessa col mondo. ritorno alla pagina per la registrazione on line. ritorno… ritornerei (che comincia a sapere un po’ di periodo ipotetico dell’impossibilità), se non fosse che mi dà di nuovo “pagina non disponibile”. sento che il mio server sta facendo la respirazione del guerriero, inspirando ed espirando profondamente, nel disperato tentativo di non mandare a cagare me e il sito del ministero dell’istruzione. ma io ho verosimilmente solo oggi come giorno disponibile per perder la mattina in tentativi disperati di iscrivere mio figlio a scuola. di notte? a casa? magari: il computer di casa si è rotto e il suo acquisto verrà dopo l’acquisto del frigo (che inizia a far acqua) e della lavatrice. non se ne parla: oggi posso e oggi lo iscriverò. e poi, è diventata una questione di onore: non fossi in ufficio, mi legherei una fascetta in fronte, alla Rambo, per sentirmi più cattiva.

riclicco, per l’ennesima volta (con enne ormai di gran lunga maggiore di venti), sulla pagina del login. nome. password. clicca. parte la rotellina del caricamento pagina. gira. rigira. continua a girare. il server si rompe le palle: siccome la schermata “e vaffan…o, no!!” non c’è, mi compare quella che discetta di tempi d’attesa troppo lunghi e mi invita (mi supplica?) a riprovare più tardi. mi sembra di sentire dei sighiozzi uscire dal computer. mi chiedi se sia proprio necessario che mio figlio frequenti la scuola superiore: va bene a scuola, è vero, gli piace pure studiare, ma… non sarà sopravvalutata tutta questa cosa della cultura? non sarebbe meglio se, uscito dalla terza media, andasse, che so, a zappare i campi? pare non si possa, mi dicono dalla regia: potrà zappare i campi solo dopo aver frequentato qualche altro annetto di scuola. va be’, allora, fatica per fatica, povero, assecondiamo il suo desiderio di arrivare fino alla laurea! e riproviamo.

clicco. mi dicono che non è stato possibile verificare le mie credenziali.

mi viene da piangere.

io già ho i miei seri problemi a rapportarmi ai cretini reali: coi cretini virtuali mi sento persa.

effetto spalla

non è che nella vita le sfighe mi siano mancate, eh?! per carità, c’è chi ne ha di peggio, ma ho avuto anch’io la mia piccola ma significativa parte nello spettacolo degli sfigati. e me la sono sempre cavata da sola. sempre. il che non vuol dire che non abbia amici – ottimi amici -, ma che, quando qualcuno cercava di starmi accanto, io la buttavo in ridere e tiravo avanti: avere qualcuno vicino, quando stai male, ti porta solo a lasciarti andare, a piangere, insomma, e io quando piango non mi sopporto.

‘sta volta, no. non son riuscita. ho provato a buttarla in vacca, ho provato a tener lontano tutto e tutti, ma non ci sono riuscita. è coriaceo e testardo Lui. c’è sempre stato: ha chiuso il discorso con un lapidario: “amarsi vuol dire stare insieme sempre” (che io ho tacciato di bacioperuginismo) e mi è sempre stato vicino. quando mi hanno operata, quando ho portato quel cazzo di vetrino in reparto, quando mi hanno tolto le bende, i punti, quando il medico mi  ha chiamata per “discutere il risultato dell’istologico”. e io ci provavo, eh, perchè non lo volevo: da sola non piango e io sola volevo stare. l’ho costretto alla “prova bacio al cadavere”, ridendo come un’isterica del suo sguardo sbigottito, ho sminuito le sue dichiarazioni d’amore con frasi simpatiche del tipo “beh, tutta la vita… che gran sforzo “tutta la vita” quando, se c’han visto giusto, mi resta poco tempo!”, gli ho proposto di rivedere questo film per ripassare il discorso funebre (sorvolando sul fatto che io 25 anni li ho compiuti un bel po’ di tempo fa), ho riso e scherzato sulle sue (e le mie) paure. mi sarei mandata affanculo da sola, certe volte. Lui no. Lui mi è sempre stato vicino. il massimo cui è arrivato (la volta della prova bacio del cadavere) è stato guardarmi fissa per dirmi: “sei una stronza. non te ne frega niente del fatto che abbia una fottuta paura di perderti, vero?”, salvo poi abbracciarmi forte quando, finalmente, sono scoppiata a piangere.

sì, perchè l’effetto spalla su cui piangere c’è stato. fastidiosissimo (mi auguro che, almeno, tutte le lacrime incidano sulla sua artrosi, quando sarà il momento), ma utile. liberatorio.

e io grazie non glielo dico, perchè non sono cose che si dicono, dopo che per tutte ‘ste settimane ho cercato di mandarlo fuori dalle palle, ma è stato bello scoprire che anche la cosa più brutta lo sembra un po’ meno, se hai qualcuno che ti sostiene.

e adesso posso tranquillamente finire a psichiatria

non è nulla di maligno. è ‘na roba rara, strana, che nessuno dei tre medici aveva mai visto, ma pare che non morirò di questo. l’Amica Con il Bisturi dice che uno dei tre si è pure scusato per avermi messo paura, ma, dice, davvero pensava che fosse quella roba là che finiva in “oma”, perchè le caratteristiche c’erano tutte.

bene.

e io, dopo 20 giorni di notti in bianco, di pare, di pensieri e paure, di sguardi ai miei figli come se fossero gli ultimi, posso farmi ricoverare in psichiatria, dove spero mi sedino al punto da farmi cadere in un sonno profondo per le prossime 48 ore.

(grazie di avermi pensato, eh!)