colloqui

per la prof di matematica è “geniale, ma triste e distratto”. per il prof di inglese è “ottimo, ma triste e distratto”. per la prof di spagnolo è “molto portato, ma triste e distratto”. per i proff di musica, arte, tecnologia, educazione fisica è, ottimi risultati a parte, “triste e distratto”.

solo Algida Albina, la prof di italiano, al “triste e distratto” ha aggiunto un: “mi dica, signora, cosa è cambiato, cosa è successo?”, togliendosi gli occhiali e sporgendosi sulla cattedra, come per avvicinarsi a me.

quasi un’ora di colloquio, con gli altri genitori che avranno pensato abbia la media del 3, che mi ha lasciato stropicciata come un calzino appena uscito dalla lavatrice, ma con la sensazione (almeno) di aver affidato mio figlio in buone mani. dice che devo proteggerlo da suo padre, che devo tenerglielo lontano, che devo supportarlo in tutte le sue scelte, anche se la scelta è semplicemente: “no, io da lui non ci voglio andare”, senza nessun motivo. dice che sto facendo un buon lavoro (certo, ma, se tutti mi dite che è triste, ‘sti gran bei risultati io non li vedo), che il Mio Grande ne verrà fuori alla grande, ma che devo essere più cattiva con quello stronzo (ha detto proprio così) di suo padre.

ne ho parlato con lo sbarbatello: ovviamente, a sentir lui, sono una manica di deficienti che si inventa tutta ‘sta tristezza, ‘sta testa sulle nuvole, che i voti parlano chiaro (in effetti… ma non posso credere che se lo inventino tutti quanti!). però, quando gli ho detto che Algida Albina mi ha detto di dargli appoggio anche nelle lotte contro il papà, un mezzo sorriso gli è scappato. e su whatsapp (lo so, non si spia!), la sera, ha scritto alla morosa: “pensa te, quella vecchia acida! alla fine, è la sola che ha capito perchè non sono felice per niente“.

(e io, su quel non sono felice per niente“, mi son fatta un pianto che ho due occhiaie da chilo)

piccola persona

sono passati così tanti anni, da quando è finita… eppure, ancora oggi mi porta rancore per non aver accettato supinamente la (non) vita che lui aveva scelto per noi, al punto da non rivolgermi nemmeno la parola, da non rispondere nemmeno quando gli parlo in pubblico, davanti ai genitori degli amichetti del Mio Piccolo.

che piccola persona sei, marito mio.

fuoco e fiamme

ha ascoltato i presidi, ha parlato con i professori, si è consultato non con i compagni di classe, per andar con loro, ma con amici che frequentano i vari licei della città. ha chiesto di partecipare agli stages in due di questi, motivando la sua scelta in modo – a parer mio – estremamente maturo e sensato (il che, per uno che, in questi giorni, fa i capricci come quando aveva 4 anni, non è poco!). nella “rosa” (si può dire “rosa”, quando i nomi in lizza sono due?) dei nomi, però, non compare l’austera scuola privata, quella con i sacerdoti in veste lunga, con tanti figli di papà, zucconi e non, in cui ha studiato suo papà.

perchè?, gli ha chiesto l’Ex.

perchè non voglio andare in una scuola privata: la scuola pubblica ha insegnanti migliori: perchè dobbiamo buttare 400 euro al mese? e, poi, io voglio dei compagni di classe come quelli che ho adesso, che vengano dal mondo “vero”, che non è fatto solo di notai, medici e professori universitari, sai?

ora è proprio guerra aperta.

coraggio

lei è minuta, mora, con due grandi occhi che nasconde dietro occhiali da vista dalle montature improponibili. ha qualche anno più di me e una figlia dell’età del Mio Grande. lui di anni ne ha quasi 60, capello brizzolato e fluente come si addice ad un violinista qual’è. conosco lei da 13 anni, lui da pochi mesi, quando, all’improvviso, è apparso a dare luce alla vita di lei, che sopravviveva ad un matrimonio umiliante. li ho visti ieri sera, radiosi. uscivano dall’ospedale, dove erano passati a ritirare i referti dei test per le malattie genetiche.

ormai, non abbiamo più l’età per buttarci alla cieca, ha detto lui. vogliono un figlio, il 3° per lui, il 2° per lei, il 1° in comune.

li invidio. credo all’intensità del loro amore – non è questo – e mi piacerebbe poter sognare un altro figlio anch’io – ma non è nemmeno questo. è che non credo che avrò mai più il coraggio di dare così cieca fiducia alla vita.

sarà l’aria di primavera

è un paio di settimane che, tutte le sante mattine, ricevo saluti calorosi da una ragazzina. carina, minuta, con l’aria da cherubino: grandi occhi chiari e una marea di ricci biondi, fitti fitti. non so chi sia, ma il problema non sussiste, visto che una buona metà delle volte che qualcuno mi saluta, rispondo senza sapere chi sia.

ieri sera, curiosando (non si fa, lo so!) nel cellulare del Mio Grande, scopro una foto di quella ragazzina carina-minuta-con l’aria da cherubino, abbracciata al mio primogenito. sulla spalla ha una sacca da sport rosa bebè.

carina! chi è?

la morosa del momento (in effetti, il fatto che la foto facesse da salvaschermo qualcosina poteva farmelo supporre).

molto carina… è così… così… eterea, ecco. che sport fa, danza?, chiede mammà, nota conoscitrice dell’animo umano.

no. hockey.

le famiglie allargate

una tavola lunga, con una nonna dai capelli rossi a capotavola, che si è messa vicina la nipotina di sangue, a sinistra, e il Mio Piccolo, a destra, e gli dice di chiamarla nonna, che le va bene così.

il Mio Grande che si rivolge alla Zia Teatrante chiamandola zia, e lei diventa tutta rossa, chè è timida, e poi ride e gli risponde.

Lui che si rivolge a suo fratello, che sclera per i capricci dei figli, dicendogli: “pensa a me, che ne ho 4!”.

e poi, a sera, il Mio Piccolo che aiuta la cuginetta piccina a fare i primi passi e, vedendo la Sua Piccola che li scruta, le dice: “be’, che aspetti? vieni ad aiutarmi! è anche cugina tua, eh?!” e il Suo Grande che saluta mio fratello: “ciao, zio”, sovrapensiero.

è tutto così rasserenante che quasi non mi toccano le cattiverie di quell’altro.