cena incazzata

lasciamo stare perchè e per come, ma, qualche giorno fa, Lui mi ha fatto incazzare. voglio dire: mi chiami: amore, che fai? che faccio, tesoro bello, lavoro, no? lo so che tu sei in pausa pranzo, ma io la mia pausa pranzo la faccio al computer, al lavoro.

mi richiami: amore, che fai? io sono appena uscito e vado a salutare i bambini. bravo papà, io, invece, son qui che interrogo, non mi sono ancora struccata e spogliata e, contemporaneamente, preparo la cena per stasera. e non so se riuscirò a far la spesa, tra parentesi.

e poi di nuovo amore che fai, che tu hai una mezza idea di fare una corsetta sull’argine. e io ci verrei volentieri, bello, ma se ti ho detto che son presa con le bombe, che sono ancora qui, coi capelli tenuti su da una matita color limone e ancora le scarpe di stamattina (e la spesa non riesco mica a farla, poi, perchè maestre e professori si son messi d’accordo e volevano tutti e due la ricerca – che un minimo dovrò dare una mano anche al Mio Grande – e il materiale di difficile reperibilità per il giorno dopo) e tu insisti, magari una risposta seccatina ti arriva pure. e ti offendi. e vaffa, che, quando son stufa, le fisime testosteroniche non le reggo mica io, sai?!

insomma, mi son stufata e mi son chiusa in cucina a spignattare, così, almeno, mi tiravo su.

ho preparato un piattone di

RISO ROSSO THAY CON DADOLATA DI VERDURE AL FORNO

il riso rosso thay è uno dei miei acquisti equi e solidali (che, quando entro in quel negozio là, so cosa voglio comprare, ma non so mai cosa porterò a casa): è profumato, è delicato, è dolce (sulla scatola c’è scritto che in thailandia lo mangiano a colazione).

ci mette una vita, una vita e mezza a cuocersi, per cui, rabbiosa com’ero, ho messo su l’acqua – tanta. il riso cuoce per 35 minuti (forse si poteva cuocere con il sistema dell’assorbimento dell’acqua, ma io, nera com’ero, di mettermi a far prove proprio non ne avevo voglia. se lo fate, fatemi sapere) e ne ho messi su 300 g (è buono anche il giorno dopo la cottura). intanto, ho tagliato in fine dadolata (non era fine per niente, anzi, ma è una definizione che mi ha affascinato da bambina e che mi porto dietro per usarla anche a sproposito) 2 patate medie, un cavolfiore bianco piccolo, 2 carote grandi, 2 zucchine piccole, mezzo finocchio medio e 2 coste si sedano. ho messo tutte le verdure in una pirofila, unta con un po’ d’olio extravergine d’oliva, le ho mescolate con le mani, in modo da far toccare l’olio a tutte loro, ho versato un bicchiere d’acqua e ho infornato a 180° C per un’ora. le ho salate solo a fine cottura.

nel frattempo, il riso era cotto. da mo’. e, allora, l’ho saltato in una padella con un filino d’olio. ho servito insieme verdura e riso ed è piaciuto anche ai bambini.

e a Lui che, in fondo in fondo, tanto male non è e si è presentato con la spesa fatta (ad minchiam, per carità, ma ci ha provato), tant’è che mi è quasi toccato chiedergli scusa.

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rosa, rosae

Kira ha la mia stessa età e tre figli. siamo amiche da quand’eravamo piccoline. l’estate scorsa, dopo la mammografia di rito, la sua vita è cambiata radicalmente. mentre l’accompagnavo a fare la chiemio, qualche tempo (poco) dopo, mi ha detto: “credevo che queste cose succedessero solo agli altri“. e lo credevo anch’io.

ora ha due seni “da barbie, senza il capezzolo” e te lo dice sorridendo perchè, grazie a quell’operazione, grazie alla mammografia che a quell’operazione l’ha portata, porta, di nuovo, ancora a scuola i suoi figli in bicicletta.

io l’ho fatta ieri (con il groppo alla gola e allo stomaco, come sempre) la mammografia, alla LILT, e in questi giorni parte la campagna “Nastro Rosa”.

datevi un occhio. prendetevi, prendiamoci quei dieci minuti ogni mese per controllare. e fissate un controllo alla LILT (o dove preferite voi), perchè combattere il tumore al seno si può, si deve.

nastro rosa per la prevenzione

la Zia Teatrante

quando è nata, Lui aveva 14 anni. c’è una foto, sul suo comodino, in cui Lui la tiene in braccio e lei, rospino di pochi mesi, lo guarda adorante. quarta dopo tre maschi molto più grandi, è cresciuta tra affetto e coccole – e le ha fatto bene. la Zia Teatrante è una persona solare, evanescente, curiosa, con lo stesso cuore grande di suo fratello, e non ha esistato un attimo, quando Lui si è trovato fuori casa, a dirgli: “ma cosa vai a cercar casa?! ho posto io: vieni a vivere con me!“.

sono buffi, quei due. si lasciano messaggi sul frigorifero e non li leggono (ho visto un “compra il latte” scritto lo stesso giorno da tutti e due). si incazzano per il casino che lascia l’altro, ma lo sistemano, senza farsi cazziatoni. si incrociano per sbaglio (lei vive di notte – lavora col teatro) e spesso non si vedono per giorni (è di ieri sera l’ultimo sms: “è da te quell’altro? o devo cercare se è mummificato in cantina?“), ma si vogliono un gran bene.

mi piace. l’ho convertita alla pasta madre (anche se il pane che fa lei – non si capisce perchè – ha il peso specifico del piombo – tant’è che Lui sta mettendo via le pagnotte per farsi una casa, più avanti), facciamo yoga insieme e sta cercando di convertirmi al buddismo (giuro). è una tipa strana, che ha accolto i miei figli nella sua vita (e me) presentandosi come zia, prendendone uno in braccio e l’altro sotto braccio e portandoli a conoscere i suoi (strani, molto) animali.

è uscita ora da questa stanza. mi ha portato questo

pare che Lui l’abbia resa edotta delle mie sfuriate (ma se son calma e tranquilla?!) e che in giro non ci sia la versione “keep calm and drink beer”.

cosa c’è che non va?

niente.

non è vero: guarda che occhi che hai! cosa c’è?

niente. hai visto?, baciandomi, il vigliacco, per cambiar discorso, il gatto sta dando la caccia a una zanzara! non pensavo ci vedessero così bene!

hai mai visto un gatto con gli occhiali, amore? dai, piantala: dimmi cos’hai!

niente, sono solo stanco.

non è giusto, cazzo. non è giusto che, quando sono io quella che ha l’aria strana, mi tontoni a morte, finchè non apro il cuore, e quando, invece, l’occhio strano ce l’hai tu, mi devo accontentare di un niente. e farmi le pare, perchè lo sai che sono così, e pensare mille milioni di volte che ci siamo, che quella che sembrava la storia perfetta così perfetta non è, che, forse, presto mi dirai che esci a cena con i colleghi, come hai fatto la prima volta che mi hai portata fuori e che avevi una “mezza storia” con un’altra, che siamo alla fine, che Noi non ci sarà più.

e poi sentirti scoppiare a piangere, di notte, e abbracciarti e scoprire che quello che non va è che avevi chiesto ad Emo se potevi tenere i bambini, ieri pomeriggio, e lei ti ha detto di no, che aveva invitato delle amiche con figli, e poi, mentre venivi a casa mia, hai visto il Tuo Grande e la Tua Piccola tornare a casa con l’Americano che, ignaro delle bugie della sua compagna, ti ha spiegato che li aveva tenuti lui, al suo locale, tutto il pomeriggio, a fare i compiti e giocare con il diesse, e che non capisci perchè lei non ti lasci passare più tempo coi tuoi figli.

pan melino

succede che, girando in casa altrui, io mi imbatta in una ricetta che mi ispira assai: pane al succo di carota? fantastico! lo provo!

domenica mattina parto con i rinfreschi. faccio il primo (80 g di Clara, 80 g di acqua e 80 g di farina 00) e lascio che la mia pastella riposi sugli allori in dispensa. faccio il secondo e mi accorgo che, to’, guarda, non ho il succo di carota e, ormai, è domenica pomeriggio: dove lo trovo? (gli ipermercati? non me li nominate nemmeno: mi viene l’eritema solo all’idea. e poi, mi ci perdo, io, in quei posti). carote non ne ho. però ho le mele. che c’entrano? c’entrano, c’entrano.

ho preso il mio bimby, compagno di mille avventure (cavoli, ha 13 anni anche lui! me l’hanno regalato poco prima che nascesse il Mio Grande… tanti auguri! mi ripiglio, tranquille). che si fa? un fantastico

SUCCO DI MELE e UVETTA

ho messo 800 g di acqua (come da ricetta del libro base) e 80 g di zucchero (lì ne vogliono di più, ma a noi piace così) e ho cotto a 100° per 10 minuti. nel frattempo, ho sbucciato 4 mele golden (nel libro ne chiedono 3, ma così diventa più cremoso e sa più di mela: sembra un omogeneizzato liquido), le ho date al Mio Piccolo da tagliare a pezzetti e le ho versate, assieme al succo di un limone e a un cucchiaio da minestra pieno di uva passa, nel bimby. ho frullato per 1 minuto a velocità 4, poi l’ho portato a 6 e, infine, 1 minuto a turbo.

è venuta ‘na roba spaziale!! (il colore no, in effetti: il succo di mele che faccio di solito è bello giallo, questo aveva un po’ un color vomitino, a dirla tutta… però è buonissimo!).

nel frattempo, la mia Clara si era ringalluzzita. ne ho presi 80 g e li ho messi a cuccia in frigo e con gli altri 160 g mi son messa all’opera.

peccato che, nella mia infinita idiotitudo, non mi fossi accertata che la ricetta originale parlasse di lievito liquido. ecco: evidentemente, no: la padrona di casa della tana del riccio deve averne una solida. eh, e adesso? mica penserete che mi sia abbattuta per questo, no? vai di modifiche e crea, con infinita gratitudine alla tana del riccio, questo fantastico

PAN MELINO (con lievitazione da mamme lavoratrici)

ho preso la mia solita insalatiera di vetro e ho sciolto 160 g di Clara in 220 g di succo di mela e uvetta a temperatura ambiente. il malto di riso non ce l’avevo, ma ho messo 20 g di miele di castagno (che con il retrogusto meloso ci sta da dio) comprato quest’estate in montagna da una vecchina che l’ha tirato fuori direttamente dalla casetta delle api (giuro. con tutte le api che le giravano intorno al viso e noi, dietro il vetro del suo salotto, col fiato in gola, chi a pregare che non la pungessero chi a sussurrare: “dai, che la beccano” – il Mio Piccolo psicopatico). ho iniziato ad unire le farine: alla fine, mi son serviti 400 g di farina 00 a chilometri 0 (mi piacciono gli zeri!) e 200 g di farina integrale delle Barbarighe (fattoria del polesine che vi consiglio). ho impastato con cattiveria per un paio di minuti, poi ho unito il sale (1 cucchiaino) e 4 cucchiai di olio extravergine d’oliva. ho continuato ad impastare fino ad ottenere una bella palla lucida, che ho messo a riposo per un paio d’ore.

a questo punto, ovviamente, si affaccia Lui alla porta e fa: – e se vi portassi fuori a cena, te e il Mio Piccolo? (che sarebbe il mio, non il suo, anche perchè il suo è un grande. a rigore sarebbe il Tuo Piccolo, quindi, ma il suo nome, qui sul blog, è il Mio Piccolo… insomma: fermatemi!)

bravo. e il mio pane quando lo cuocio? ringhio. ma a cena fuori ci vado sempre volentieri (poi, vuole portarci in quel posticino gestito dai due vecchiotti bolognesi, sei tavoli di legno e via andare, che a me piace un sacco…) e quindi? e quindi mi sovvien di aver visto, tempo addietro, in uno dei blog che curioso (sì, ma va a saper quale), un’idea brillante, quella di mettere l’impasto a fare la seconda lievitazione per 24 ore in frigo.

perfetto. ci si prova. ho preso la palla pastosa, l’ho fasciata con della carta forno, poi con un canovaccio di cotone, ho messo il tutto su un piatto fondo da minestra, ho infilato il piatto in un sacchetto di plastica da congelatore, chiuso e via, in frigo, sul ripiano meno freddo.

le ore, poi, da 24 son diventate 28, perchè son tornata tardi dal lavoro. amen, pare che funzioni alla grande lo stesso.

tornata a casa, stressata da miriadi di figli (lo so, son due, più due affiliati, ma sembrano tanti, quando sei stanca) che volevano che fasciassi i libri di scuola, che controllassi i compiti, che li interrogassi in geografia o a salti sulla lista di vocaboli di inglese e che, contemporaneamente, pretendevano (a buon diritto) di cenare, ho tirato il pacchetto fuori dal frigo e l’ho lasciato lì, sempre nel suo sacchetto, sul tavolo della cucina e rompi poco che è meglio.

dopo cena, ho preso la palla. era lucida, bella gonfia e freschina. ho sventagliato un po’ di farina sul tavolo e l’ho steso, schiacciandolo con le nocche (non col mattarello, se no vi esce l’aria) fino ad ottenere un quadrato. l’ho piegato in 3, come per infilarlo in una busta da lettere di quelle lunghe, portando verso il centro prima il lato superiore e poi quello inferiore. ho rischiacciato con le nocche e ho rifatto le pieghe, ma nell’altro verso (in pratica, ortogonali a quelle di prima) e ho messo il salamotto così ottenuto dentro ad uno stampo da plum cake foderato di carta forno. l’ho infilato in forno un’altra oretta, con un pentolino di acqua bollente.

cresciuto è cresciuto, ma non tantissimo. avevo sonno, però, e ci ho provato lo stesso.

ho acceso a 200°, ho lasciato lì il pentolino e ho infornato subito, senza aspettare che arrivasse a temperatura, dopo aver spennellato la superficie del pane con un po’ di latte misto ad acqua. in forno sì che è cresciuto!

ho cotto 30 minuti. suonava vuoto, poi. l’ho fasciato in un canovaccio e l’ho lasciato a raffreddare sopra un tagliere messo inclinato, appoggiato ad una conchetta (in modo che il vapore uscisse anche da sotto).

stamattina ce lo siamo mangiati con la mia marmellata di pesche selvatiche. strepitoso! è un pane profumato di mele e castagne, morbido, lievemente dolce… super!

eccolo appena affettato e poi…

spalmato di marmellata di pesche selvatiche.

buonissimo!!

è qui la festa?

ma quanto belli sono a 13 anni?! i primi a suonare sono stati Parrucco, Poldone e Cremeria, gli amici del cuore, quelli che di solito si presentano sbracati, con la maglietta sgualcita e il capello ad minchiam: belli, ingellati e profumati. poi sono arrivate Gambe Lunghe e Piccolina, che girano sempre in coppia e sembrano l’articolo il, con gli occhi truccati e gli short che più short di così non potevano essere. e poi, via, Gokart, Bulletto, Gorbaciov, le Tre Grazie, la Longa, Bomboletta (che, a onor del vero, ha perso un sacco di chili ed è così bella che non sono riuscita a non dirglielo),…

si sono infilati in taverna, carichi di doni e di buoni propositi (“posso aiutarti? porto giù qualcosa? che faccio?”), con un’elettricità addosso che superava quasi la quantità di ormoni che emanavano. belli. tutti belli, ma belli dentro.

alle otto è arrivato il Mio Grande. suo fratello non stava più nella pelle, temevo si tradisse.

porta la sacca in lavanderia, per favore.

dopo. (risposta standard, in casa mia)

dopo un paio di cocomeri, bbbello! la porti giù e la svuoti pure, se no, non mangi!

con il muso che sfiorava il pavimento e rosariando chissà quali maledizioni verso sua madre, è sceso giù.

è saltata la lampadina delle scale, mamma! (sì, biondo, l’ho svitata io prima!)

attaccati al corrimano e fai meno la lagna!

poi l’urlo. ho seriamente pensato che avrebbe fatto un infarto. quando ha acceso la luce della taverna, gli sono saltati addosso tutti e trenta, gridando “tanti auguri” ad un volume da paura.

poi, io sono sparita di scena. ma il sorriso che mi ha fatto, mentre salivo le scale, mi ha confermato che, qualche volta, farsi i fatti degli altri è cosa buona e giusta!

e, appena scarico le foto, vi metto anche le ricette delle (poche) schifezze che ho fatto!

musi lunghi

si sente basso, si sente brutto. le ragazzine che fanno le ochette quando lui è in zona, puntandolo, non le vede proprio e, se gliele fai notare, questo non c’entra. si sente sfortunato e solo. ha uno zoccolo duro di amici veri, ma è uno di quelli che alle feste sono sempre invitati, di quelli che i compagni cercano per pizza e cinema, ma, di nuovo, se glielo fai notare, questo non c’entra.

adesso arriva il suo compleanno, ma lui, quest’anno, la festa non la vuole fare. perchè è basso, brutto, sfortunato e solo.

io sono stronza, sono una colossale rompipalle, ma ho appena inviato 30 tra sms e whatsappate ad amici di ambo i sessi (che mi hanno risposto quasi istantaneamente… ma non avete scuola, adesso?!) e domani sera vediamo se non sorride!