back home

è stato bello. pesante, anche, ma bello, soprattutto. i litigi (due, ma grossi) temuti sono arrivati. per i figli, per incomprensioni, ma sono arrivati. e io sono scappata, come mi si confà. e lui mi ha inseguito. e abbiamo discusso. poi mi ha abbracciata e si è seduto accanto a me.

vai su, gli ho detto, io ho bisogno di stare un po’ per i cazzi miei.

no.

no cosa?

non vado su senza di te. io mi siedo qui e guardo te, se mi lasci. o guardo il mare. tu fai finta che io non ci sia e ti prendi tutto il tempo che vuoi, ma, quando sarai pronta, si torna su insieme. a mano.

e per quale strano motivo dovrei fare tutto ‘sto casino? i bambini lo sanno che, quando mi incazzo, devo farmela passare da sola.

sì. ma i bambini devono vedere che ci scazziamo, che litighiamo, ma che siamo, sempre e comunque, una coppia. che ci vogliamo bene. che torniamo su insieme, a mano, perchè la burrasca è passata.

beh. a me è piaciuta ‘sta cosa. molto

insieme.


e questa è per te, perchè quando mi sono svegliata alle 3 di notte chiedendoti se te la ricordavi, hai cercato il telefono e me l’hai trovata. senza uccidermi. è amore anche questo, credo.

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ventolin

se ci penso, mi manca il fiato. sento pressante il bisogno di ricorrere a quel piccolo erogatore che mi porto dietro da una vita. non respiro.

mentre voi leggerete questo post, Noi (intesi come io, Lui, il Mio Grande, il Mio Piccolo, il Suo Grande e la Sua Piccola – i gatti e il coniglio no, che restano con la Zia Sorella) saremo in viaggio. insieme. tutti tutti (ripeto chi? va bene, mi astengo). tutti e sei, insomma. per dove? un posto di mare a ottooreotto di macchina da qui. otto. in sei (sempre quelli di sopra). mi serve il ventolin. siamo in viaggio, dicevo, per la nostra prima vacanza insieme. tutti e sei. (ventolin!) e io so già che litigheremo, che finiranno spruzzi di sangue sulle pareti, arti staccati (non rotti: staccati, proprio, ‘na roba alla “It”), capelli strappati. so che la nostra storia d’amore (amore?! oddio, l’ho detto – amore. mi serve il ventolin) sarà messa a durissima prova. se non finirà proprio, invece. (ventolin. e fazzoletti – per le lacrime) passeremo due settimane a scannarci, insomma, a guardarci in cagnesco, a chiederci chi ce l’abbia fatto fare. (ventolin)

oppure, invece, passeremo due settimane divertendoci, scoprendo ancora una volta quanto ci piaccia stare insieme, quanto perfetta sia l’alchimia che ci lega.

ma questo lo dice Lui e, si sa, gli uomini non sono nè lungimiranti nè dotati di buon senso.

e neanche di sesto senso, se è per questo.

(nè di ventolin).

sola

vaffanculo.

sono passata davanti a casa tua, ieri sera. è tutto uguale. ero con Lui, mi abbracciava – non ti ha conosciuta, lui. avrei voluto suonare il campanello ed entrare, che a chiave non chiudevi mai. avrei voluto inciampare su quell’obesa di isotta che usciva per la passeggiata di notte e dire: “ehilà!”, e basta, perchè avresti saputo che ero io. ti avrei vista accendere l’ennesima sigaretta e mettere un piede sotto la coscia, in poltrona (dev’essere ‘na roba di dna, chè lo faccio sempre anch’io). avremmo parlato di cose che con noi, me e Lui, non c’entravano un cacchio, ma io avrei visto i tuoi occhi guardarci dentro, a me e a Lui, avrei saputo che lo stavi studiando, che stavi studiando me con lui. e che, poi, dopo, vis a vis, mi avresti detto.

mi manchi, brutta stronza. mi manchi perchè non so più con chi litigare. mi manchi perchè tra pochissimo avresti compiuto gli anni (diventerò più vecchia di te, prima o poi?) e io non potrò divertirmi come una pazza a cercarti il regalo più assurdo del mondo, che avesse a che fare coi gatti, però, o con le tue dannatissime cicche. mi manchi perchè faccio ancora il tuo numero, qualche volta, e non risponderai mai più. mi manchi perchè riesci a farmi piangere ancora di rabbia, anche ora che non puoi più dir nulla. mi manchi perchè non è vero niente che, in quella che era la tua casa, è tutto uguale – non ci sei tu. non ci sei più. non c’è più niente di uguale.

ti sarebbe piaciuto un casino se ti avessi dedicato questa canzone. e mi verrebbe da non farlo, sai, perchè non ti ho ancora perdonato (non lo farò mai, lo sai). ma sei tu e sono io.

ti voglio bene. sempre.


dipende

nessun uomo ha dormito in questa casa. nessun maschio maggiorenne. qualcuno ha attraversato la mia vita, sì (lasciandosi dietro anche le sue belle ferite), ma nessuno ha mai dormito qui. mai.

con Lui è stato diverso. c’era una sera già fissata, la “mia” sera, per un corso cui mi ero iscritta poco prima di conoscerlo. è diventata la sera “nostra” e, senza che lo programmassimo, la notte in cui dormiva da me, visto che i bambini non c’erano. al mattino, però, quando uscivamo, tutte le tracce del suo passaggio sparivano. non ho dovuto chiedere: ha dei figli. sa.

questa settimana siamo soli tutti e due. lunedì sera è venuto a prendermi al lavoro, previo squillo d’ordinanza, con il suo zaino verde. martedì pure. e ieri. e lo farà oggi. e domani (sabato no, che tornano tutti e quattro i bambini). senza che ce lo dicessimo. passa per casa, prima, a svuotare e riempire lo zaino. poi mi carica in macchina e dice: “andiamo a casa?”.

andiamo a casa. a casa MIA. quella che mi sono “costruita” da sola, con le brugole dell’ikea e il cassettone della nonna. quella che mi è stata baluardo anche per l’anima, la fortezza dove chiudere me e i miei figli e tirar su il ponte levatoio per lasciar fuori chi ci faceva (o avrebbe potuto farci) soffrire.

andiamo a casa.

mi sono accorta, ieri, che aveva rifatto il letto. che aveva dimenticato sulla mensola del bagno la scatolina delle lenti, gli occhiali che usa la sera. che c’era la sua maglietta per dormire sotto il cuscino.

e che, contrariamente ad ogni aspettativa, tutto questo mi faceva sentire sicura.

siediti sulla riva del fiume

eravamo molto amiche.

quando ci siamo separati, la famiglia dell’Ex Marito mi ha cancellata. i suoceri, i cognati, nessuno mi salutava nemmeno più. ne ho sofferto. molto. non ero io quella che se n’era andata (anche se, forse, lui aveva solo avuto più coraggio – o una botta di egoismo in più – di me)! e, poi, credevo che mi volessero il bene che io volevo loro. mia cognata (non sua sorella, che mi aveva accettato solo perchè suo fratello aveva voluto me, ma l’altra, quella acquisita) fu la sola a darmi una (squallida) spiegazione (che mi ferì tremendamente): “io in questa famiglia ci devo vivere. tu ne sei uscita. non possiamo sentirci più“.

non possiamo sentirci più.

lei era quella delle telefonate fiume, dei pomeriggi coi bambini a parchi e negozi, dei messaggi mandati di notte, quando una delle due si era chiusa a piangere in bagno. era quella delle ricette scambiate al telefono, delle vacanze insieme, coi bambini sui carretti, di ritorno dalla spiaggia. era importante. era la Cognata, ma era quasi una sorella.

l’ho odiata. avrei voluto raccontare alla famiglia tutti i suoi segreti, tutto quello che aveva combinato, solo per ferirla quanto aveva ferito me.

non l’ho fatto. ma non l’ho fatto solo perchè, alla fine, mi son detta che non valeva la pena, per fare del male a lei, dare a quegli altri (che non l’avevano mai accettata del tutto) la possibilità di ferirla. sei felice lì? bene, cara, buon per te.

ieri la segretaria mi ha chiamato. una telefonata per me, cognome incomprensibile.

lei. lei in pianti. lei cui il marito ha messo, per l’ennesima volta le mani addosso. lei che è rimasta sempre più sola, sempre più inglobata in quella famiglia in cui la suocera decide per tutti. lei che non sa cosa fare, non sa chi chiamare e chiama me. lei che, ti prego, posso venire a parlare con te, ne ho bisogno.

ecco. sta passando il cadavere del mio nemico, pare.

cominciamo bene

vengo a prenderli per le 9-9.30 al massimo. fammeli trovare vestiti e con le sacche pronte!

si è presentato così, l’Ex Marito, di rientro dai suoi lunghi viaggi di lavoro, dopo 7 mesi dall’ultima volta che aveva visto i suoi figli. per qualche strana ragione, ho sperato che fosse cambiato, che avesse capito che li sta perdendo e che deve metterci davvero del bello e del buono, se vuole creare un rapporto con loro.

alle 10 erano pronti (perchè mezz’ora accademica me l’aspettavo). alle 20.50 è arrivato lui. abbiamo passato la giornata in mutande, boccheggiando in giro per una casa caldissima, invece che, che so, in piscina, sui colli, insomma, in uno di quei posti in cui li avrei portati se avessi saputo che no, non è cambiato niente: menefreghista era e menefreghista è rimasto.

e saremmo andati a berci lo spriz che dovevo offrire ad un’amica blogger, firulì-firulà, cui avrei portato il vasetto con la pasta madre, perchè iniziasse anche lei a tempestarci di ricette. niente, invece.

solo, capito che quella pasta madre non sarebbe mai arrivata a destinazione (anche perchè quella bella gioia della mia amica bloggera all’ora di pranzo ha tolto le tende), ho inventato questo delizioso

PANPALLINE FIRULI’

con sguardo malinconico (no, che già mi son persa il wwwmatrimoniodell’annopuntoit, adesso mi perdo anche gli aperitivi con spaccio, cacchio!), ho versato 75 g della pasta madre liquida che avevo preparato per firulì-firulà nella grande insalatiera che uso per impastare. ci ho aggiunto 100 g di acqua a temperatura ambiente e 100 g di farina 00. ho sbattacchiato per un po’ con una forchetta, ho coperto con del domopack e ho lasciato riposare il tutto fino al raddoppio (neanche un’ora, col caldo bestia che faceva!!). intanto, il Mio Piccolo ha tagliato 50 g di burro e li ha messi ad ammorbidire chiusi nella credenza (onde evitare che la nostra cucina diventasse un luogo di ritrovo per mosche e vespe). una volta raddoppiato, abbiamo unito 150 ml di latte (da frigo, perchè l’idea del latte mi è venuta all’ultimo), 1 uovo, 120 g di zucchero, il burro mollo e 450 g di farina. ho iniziato ad impastare. un dramma: mi son trovata prigioniera del mio impasto, con le braccia piene di pasta bianchiccia. ovviamente, i miei due simpatici aiutanti si erano persi a leggere nell’unica stanza al fresco della casa, la taverna, con la porta chiusa. li ho chiamati. niente. li ho chiamati più forte. niente di niente. ho iniziato ad urlare “AIUTOOOOOOOO” che sembrava mi squartassero. è stato allora, dopo qualche minuto di riflessione, che son comparsi i due ometti in slip, con aria piuttosto perplessa. mi hanno guardato con l’occhio pallato, dalla porta della cucina. poi, seccato, il Mio Grande mi ha chiesto: “beh? ti ha dato di volta il cervello? se urliamo NOI, a quest’ora, vien giù il paradiso… ma ti pare?!“.

vero. contrita, affranta e in ginocchio sui ceci, ho ottenuto che mi versassero sulle mani un paio di cucchiai di farina (quindi, considerando che un cucchiaio colmo son 20 g e che loro abbondano, siamo arrivati a quasi 500 g di farina in tutto). ho impastato con abbastanza rancore fino ad ottenere una bella palla lucida, non appiccicosa e profumatissima. l’ho rimessa nell’insalatiera, l’ho ricoperta con il domopack e l’ho lasciata a riflettere sul senso della vita.

dopo 3 ore era perfetta: bella, lucida, cicciosa, più che raddoppiata.

a questo punto, l’idea era di fare una dozzina di palline piccine e regolari. la MIA idea, non quella dei Miei. questionando su a chi toccasse fare cosa, hanno iniziato a malmenare l’impasto. panico. sono intervenuta con la calma che mi contraddistingue (le risate si sprecano, lo so) e ho diviso l’impasto in due pezzi. ho sventagliato il tavolo di farina e ho consegnato mezzo impasto a ciascuno dei due contendenti, pregandoli di fare palline il più possibile regolari come peso. tira, spezza, impasta, rotola, hanno fatto 11 palline di dimensioni varie, tutte, però, molto correttamente, pizzicate sotto. le hanno messe nella tortiera tonda da 26 cm di diametro, che mammina loro aveva foderato con la carta forno e via, a rilievitare.

tempo un’ora e mezza, le palline si toccavano tra loro.

ho acceso il forno (folliaaaaaaaaa!!) a 180°C e, mentre si scaldava, ho messo sul fuoco un pentolino con un cucchiaio colmo di zucchero di canna e uno d’acqua. ho fatto sciogliere, mescolando e, tiepido, l’ho spennellato sul pane.

ha cotto 40 minuti scarsi, con il pentolino dell’acqua sotto.

da leccarsi i baffi!

e qui la pallinfetta appena staccata

ce lo siamo mangiati ancora tiepido, in terrazza, cantando a squarciagola questa canzone

il cinquepermille alla ricerca

è arrivata la segretaria, chè c’è la dichiarazione dei redditi da firmare.

ve lo dico.

ve lo racconto.

perchè di lei son troppe volte che non parlo. la Canterina è uno dei grandi amori della mia vita. è mia nipote, ma è come se fosse mia figlia. la mamma non ha retto (non la giudico, anche se la ucciderei, spesso) e se n’è andata, lasciando un fagottino in braccio al suo papà, mio fratello. la Canterina ha gli occhi più belli del mondo, due laghi neri, profondi come la notte. ha i miei capelli, gli occhi della mia nonna, il viso di sua mamma. la Canterina dovrebbe andare a scuola, ma ancora non ci va. balla e canta in un mondo tutto suo, da cui esce, a volte, per regalarti dei sorrisi stupendi. la Canterina mi dice: “mi piace tanto la tua canzone” ed è una canzone totalmente cretina, di quelle che inventiamo noi mamme per i nostri bambini, la canzone in cui le canto di me e di lei che andiamo a cercare i lupi e pure gli orsi. la Canterina adora il Mio Grande, che la protegge, e venera il Mio Piccolo, che, ogni tanto, la sfugge, proprio perchè lei gli sta sempre appiccicata. sembra che prenda appunti, quando lo guarda. e lui si alza, si allontana, sbuffa. poi torna, la prende per mano e cerca di catturare il suo sguardo, per portarla con sè. la Canterina ha una malattia rarissima. una di quelle che, prima di capire cosa avesse, han dovuto farle screening genetici di secondo, terzo, quarto livello. una di quelle che la genetista, quando ha capito cos’era, si è stampata da internet delle pagine in inglese e ha detto a mio fratello: “adesso, mi scusi, leggiamo. e cerchiamo di capire” (e non è l’ultima degli stupidi). è una malattia vigliacca, che dà mille e un sintomo, ma, sui pochissimi casi certificati al mondo, non ce ne sono due con gli stessi sintomi. la Canterina, grazie al cielo, i più brutti non li ha. ma, quando la guardo, mi chiedo che vita potrà avere e spero con tutte le mie forze che il Mio Grande e il Mio Piccolo sappiano sempre starle vicino come fanno ora. la Canterina è di una bellezza da togliere il fiato (mi fermano per strada, per dire), ma non avrà un morosetto. la Canterina canta in un modo che gli fa un baffo a tutti i solisti dello zecchino d’oro, ma la sentiremo solo noi. la Canterina ci ha regalato una vita nuova, una vita più consapevole, una vita da persone capaci di commuoversi se una bimba che dovrebbe saper leggere, scrivere e far di conto riesce a chiedere l’acqua senza usare frasi di canzoni, di cartoni animati, di filastrocche o se ti viene vicino e ti abbraccia, uscendo dal suo mondo di musica. ma la sua merdosa malattia ci ha regalato ben altro. ci ha regalato corse in ospedale nel cuore della notte, con il Mio Grande, allora piccino, che mi chiedeva: “ma non muore, vero?“. ci ha regalato una vita di farmaci, di pannolini, di insegnanti di sostegno, di tagliandi gialli da posto auto riservato ai portatori di handicap, di primi in gratuatoria in tutte le scuole, perchè, con un handicap di questa gravità… la Canterina è un dono. è un dono grandissimo, perchè lei è meravigliosa.

la sua malattia no. è una merda. è una condanna all’ergastolo. è una cosa che nessun bambino dovrebbe subire. e, come la sua, ce ne sono altre, di malattie, che non dovrebbero esistere più.

non c’è un’associazione che studi la sua malattia – è troppo rara, è davvero troppo rara. ma ce n’è una che le studia un po’ tutte. e, magari, ci sarà un ricercatore occhialuto e sfigato che, grazie ai soldi che gli arriveranno da questa associazione, troverà una cura per la malattia della Canterina. o un modo per farla vivere meglio.

tutto qui.

http://www.telethon.it/dona/5xmille